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Non ci sono ritrovamenti da film. Nessun baule con la serratura, nessuna soffitta mitologica. Ci sono invece le cose come accadono davvero: un uomo che rimette ordine nei documenti personali di suo fratello maggiore, dopo che lui non c’è più. Nella sua vecchia camera, nella casa dei loro genitori, dove evidentemente solo lui, Daniele, tornava negli ultimi anni. Dove teneva ancora le sue cose strettamente personali.
Cassetti. Cartelle. Scatole. Una da spedizione, in cartone. Una frase scritta a mano sul coperchio, con un pennarello blu: A cambiare il vento, sottolineato tre volte.
Dentro, una sorpresa immediata: lettere di una ragazza, un’amica della sua adolescenza, che coprono un periodo di quasi quattordici anni.
La prima cosa che l’istinto, più forte della ragione, obbliga è fermarsi e leggere: è successo anche a noi, in redazione mentre lavoravamo su altro, quando ci sono state portate per capire se potesse essere una storia importante da raccontare in un libro.
Le domande che ci hanno fatto sorgere queste lettere, meravigliosamente vere perché reali, mano a mano che proseguivamo, non è stata “che cosa è successo?”, perché questa non è la tipica storia in cui l’evento arriva e chiude tutto.
Le domanda vere sono state altre.
Perché queste lettere restano così vive?
Perché, pur essendo reali, pur non essendo “pulite” in senso editoriale, pur non essendo un romanzo progettato, riescono a costruire una tensione tra i due, che non si smolla fino alla fine?
Perché, ci siamo chiesti, abbiamo avuto l’impressione di tenere tra le mani un “oggetto umano”?
Questa impressione è stata ancora più forte perché il valore della raccolta non risiede nel suo essere “un racconto non levigato”. Certo, essere grezzo è un valore per il nostro modo di fare editoria.
Ma qui si va oltre. Il valore è altissimo perché la raccolta è vera in un modo raro.
Vale perché, pagina dopo pagina, mostra una cosa che tutti conosciamo ma pochi vedono così chiaramente: come un legame possa vivere a lungo proprio grazie a ciò che non viene detto.
Questa è la prima chiave: l’assenza della voce di Lui, Daniele, che ha conservato le lettere e ne è fisicamente il padrone, ma che è anche il grande assente nella storia. Non perché non sia stato vicino alla ragazza che scriveva, ma semplicemente le lettere sono state scritte dalla sua amica Eliana, che possiede – presumibilmente – l’altra metà della storia, la verità di Daniele, che non abbiamo.
L’altro protagonista della storia, quindi, non è un “vuoto da colmare” con invenzioni. È il dispositivo narrativo stesso. Leggendo, non si riceve la verità in forma di dichiarazioni; si riceve percezioni, reazioni, omissioni attraverso le parole di lei. E si scopre che i vuoti, spesso, sono più informativi delle frasi.
In altre parole: la mancanza di lui non indebolisce il testo. Lo rende un’indagine.
E noi, volenti o nolenti, ne diventiamo parte.
Per quanto riguarda Eliana, l’abbiamo cercata. Abbiamo fatto un viaggio la scorsa estate, ci siamo recati nel suo paesino per avere anche una sola minima notizia di lei o di come raggiungerla, per chiederle se avesse conservato lettere e risposte di lui. Ma non siamo riusciti a trovarla, e continuiamo a non avere la versione intera della storia, la versione completa dei fatti anche su Daniele, su quello che le scriveva, su ciò che sentiva.
Per questo motivo, il libro è un epistolario a una voce. Un genere “a metà”, che – in realtà – raddoppia l’intensità. Ecco perché non siamo riusciti a staccarci dalla lettura.
La metà mancante — lui — diventa un’ombra che si muove solo attraverso ciò che lascia su di lei: un gesto, una frase riferita, un’assenza, una distanza che si allarga. Ma è un’ombra solida, concreta, perché la realtà alla quale le lettere appartengono è senza dubbio quella del mondo nel quale viviamo.
Ne è nata una lettura attiva: ci siamo ritrovati di notte a pensare “ancora una poi basta” e non ci siamo riusciti. Siamo stati costretti a fare archeologia sentimentale, indagatori del conscio, deduttori del nascosto. Abbiamo dovuto rimettere insieme pezzi, sospettare, desumere. Non per gioco, ma perché è così che è nata e cresciuta questa relazione: non è una di quelle che si capiscono mentre accadono.
Si capisce dopo, a tempo differito.
Nati per ampliare i contenuti dei libri RAWLINE. Capitoli extra, considerazioni, materiale da scaricare, da visionare. A supporto del testo o come aggiunta allo stesso.
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Non ci sono ritrovamenti da film. Nessun baule con la serratura, nessuna soffitta mitologica. Ci sono invece le cose come accadono davvero: un uomo che rimette ordine nei documenti personali di suo fratello maggiore, dopo che lui non c’è più. Nella sua vecchia camera, nella casa dei loro genitori, dove evidentemente solo lui, Daniele, tornava negli ultimi anni. Dove teneva ancora le sue cose strettamente personali.
Cassetti. Cartelle. Scatole. Una da spedizione, di cartone. Una frase scritta a mano sul coperchio, con un pennarello blu: A cambiare il vento, sottolineato tre volte.
Dentro, una sorpresa immediata: lettere di una ragazza, un’amica della sua adolescenza, che coprono un periodo di quasi quattordici anni.
La prima cosa che l’istinto, più forte della ragione, obbliga è fermarsi e leggere: è successo anche a noi, in redazione mentre lavoravamo su altro, quando ci sono state portate per capire se potesse essere una storia importante da raccontare in un libro.
Le domande che ci hanno fatto sorgere queste lettere, meravigliosamente vere perché reali, mano a mano che proseguivamo, non è stata “che cosa è successo?”, perché questa non è la tipica storia in cui l’evento arriva e chiude tutto.
Le domanda vere sono state altre.
Perché queste lettere restano così vive?
Perché, pur essendo reali, pur non essendo “pulite” in senso editoriale, pur non essendo un romanzo progettato, riescono a costruire una tensione tra i due, che non si smolla fino alla fine?
Perché, ci siamo chiesti, abbiamo avuto l’impressione di tenere tra le mani un “oggetto umano”?
Questa impressione è stata ancora più forte perché il valore della raccolta non risiede nel suo essere “un racconto non levigato”. Certo, essere grezzo è un valore per il nostro modo di fare editoria.
Ma qui si va oltre. Il valore è altissimo perché la raccolta è vera in un modo raro.
Vale perché, pagina dopo pagina, mostra una cosa che tutti conosciamo ma pochi vedono così chiaramente: come un legame possa vivere a lungo proprio grazie a ciò che non viene detto.
Questa è la prima chiave: l’assenza della voce di Lui, Daniele, che ha conservato le lettere e ne è fisicamente il padrone, ma che è anche il grande assente nella storia. Non perché non sia stato vicino alla ragazza che scriveva, ma semplicemente le lettere sono state scritte dalla sua amica Eliana, che possiede – presumibilmente – l’altra metà della storia, la verità di Daniele, che non abbiamo.
L’altro protagonista della storia, quindi, non è un “vuoto da colmare” con invenzioni. È il dispositivo narrativo stesso. Leggendo, non si riceve la verità in forma di dichiarazioni; si riceve percezioni, reazioni, omissioni attraverso le parole di lei. E si scopre che i vuoti, spesso, sono più informativi delle frasi.
In altre parole: la mancanza di lui non indebolisce il testo. Lo rende un’indagine.
E noi, volenti o nolenti, ne diventiamo parte.
Per quanto riguarda Eliana, l’abbiamo cercata. Abbiamo fatto un viaggio la scorsa estate, ci siamo recati nel suo paesino per avere anche una sola minima notizia di lei o di come raggiungerla, per chiederle se avesse conservato lettere e risposte di lui. Ma non siamo riusciti a trovarla, e continuiamo a non avere la versione intera della storia, la versione completa dei fatti anche su Daniele, su quello che le scriveva, su ciò che sentiva.
Per questo motivo, il libro è un epistolario a una voce. Un genere “a metà”, che – in realtà – raddoppia l’intensità. Ecco perché non siamo riusciti a staccarci dalla lettura.
La metà mancante — lui — diventa un’ombra che si muove solo attraverso ciò che lascia su di lei: un gesto, una frase riferita, un’assenza, una distanza che si allarga. Ma è un’ombra solida, concreta, perché la realtà alla quale le lettere appartengono è senza dubbio quella del mondo nel quale viviamo.
Ne è nata una lettura attiva: ci siamo ritrovati di notte a pensare “ancora una poi basta” e non ci siamo riusciti. Siamo stati costretti a fare archeologia sentimentale, indagatori del conscio, deduttori del nascosto. Abbiamo dovuto rimettere insieme pezzi, sospettare, desumere. Non per gioco, ma perché è così che è nata e cresciuta questa relazione: non è una di quelle che si capiscono mentre accadono.
Si capisce dopo, a tempo differito.

