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La storia di A cambiare il vento non è mancata. È sfiorata.
La differenza è enorme, perché lo sfioramento diventa dipendenza. Il nodo non è romantico: è logico-emotivo. Manca l’atto che fissa la realtà, manca il momento giusto in cui si prende una decisione e la si porta nella vita. E nel frattempo, quasi senza volerlo, questa storia lascia una lezione potente, soprattutto per chi è giovane: l’ambiguità è comoda nel breve e carissima nel lungo. La prudenza può essere auto conservazione.
Il “non scegliere” – questo lo si impara dalla vita – non è una condizione salvifica, ma è una scelta vestita di ambiguo, la cui unica viscida verità risiede nel tener lontano da noi quel “tempo nel mezzo” che non è tempo che scorre ma momento decisivo o di crisi in cui accade qualcosa di speciale. Il momento in cui le cose prendono una piega positiva o negativa, che spesso è l’attimo favorevole, l’opportunità da non lasciarsi sfuggire, spesso legato alla creazione del futuro e all’innovazione dei propri anni.
Può essere una pausa o un incontro rivelatore, un momento di svolta in cui una nuova prospettiva diventa possibile.
È il “momento giusto, opportuno o supremo”, che rappresenta la concezione qualitativa del tempo che ci è concesso.
La scelta di non scegliere – perché di scelta si tratta, anche se spesso si pensa sia il contrario – ce lo porta via da sotto il naso. Ce lo nasconde. Lascia che la nostra vita continui senza sapere che esiste. L’unica conseguenza sicura del non scegliere, quindi è l’inevitabile erosione del nostro tempo, dei nostri anni, della nostra vita.
In una storia come questa, vissuta da Eliana e Daniele, il cui mantenimento viene operato proprio con la scelta di non scegliere – come capita a quasi tutti di fare, almeno una volta nella vita -, la mancanza di questo momento qualitativo produce la trasformazione di ciò che dovrebbe essere bello in un rimpianto, in amarezza.
L’amarezza di essere certi di essersi lasciati sfuggire non una storia, ma il momento in cui avrebbe potuto diventare qualcosa di opportuno per la nostra vita.
È questo il motivo per cui nasce un rimpianto.
È stato impressionante la lucidità con la quale Eliana, dopo anni di crescita emotiva interiore, è riuscita a “unire i puntini” (per usare parole sue) e capire con precisione chirurgica, quindi spiegare, la vera natura di tristezza e nostalgia, dispiegate con una semplicità disarmante, che colpisce e fa riflettere.
Il treno che è passato e che non tornerà non sono le persone, né i fatti. Ma il momento opportuno, che è – anche questo ce lo insegna la vita – unicamente nelle nostre mani.
Qui nasce anche un altro grande valore della raccolta, un altro insegnamento: la tensione del silenzio.
Il silenzio, in questa raccolta, non è solo assenza di parole. È una materia densa: protegge, nasconde, rinvia. Permette al legame di restare vivo perché non lo costringe mai a confrontarsi con la realtà. È un patto di non-nominazione che regge per anni.
E regge proprio perché entrambi ci restano dentro.
Ma ciò che protegge, accumula anche pressione. Ed è qui che il libro smette di essere soltanto una storia e diventa una lezione — senza prediche. La lezione è incorporata nella struttura: le conseguenze del non scegliere. Più a lungo resti sul filo dell’irrisolto, più quel filo diventa una lama.
Questa dinamica è adulta perché non è bianca o nera. È grigia. Ambivalente. Umana.
Non è “lui stronzo / lei santa” o “lui santo / lei stronza”.
È una costruzione condivisa. Lui non decide restando fermo (si deduce); lei non decide riempiendo i vuoti. Due stili diversi della stessa strategia: tenere in vita il possibile senza trasformarlo in reale.
Prendete un foglio di carta e provate a descrivere la nostalgia prima di leggere questa raccolta.
Poi rifatelo dopo averla finita. Paragonate la storia di Eliana e Davide alla vostra, a qualcosa che vi è accaduto, non per forza della stessa natura. Una scelta non fatta, con l’obiettivo di conservare, tutelare.
Capirete che, tolti i dettagli irrilevanti, la nostalgia a essa legata altro non è che la consapevolezza del momento opportuno lasciato andare, mancato, nascosto con le nostre mani ai nostri stessi occhi.
Vi sarà molto facile, quindi, descriverla su quel pezzo di carta.
Questa raccolta è proprio come sarebbe quest’ultimo: contiene in forma distillata una forma di verità che non si vede spesso: la verità del momento che poteva essere e non è stato, e che proprio per questo continua a bruciare.
La nostalgia è proprio questo.
Non ci siamo lasciati sfuggire questo meraviglioso racconto, che spiega come nessun altra opera la disarmante semplicità di cui questa emozione è miscela di meraviglia e tristezza escluse dal momento opportuno.
Nati per ampliare i contenuti dei libri RAWLINE. Capitoli extra, considerazioni, materiale da scaricare, da visionare. A supporto del testo o come aggiunta allo stesso.
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La storia di A cambiare il vento non è mancata. È sfiorata.
La differenza è enorme, perché lo sfioramento diventa dipendenza. Il nodo non è romantico: è logico-emotivo. Manca l’atto che fissa la realtà, manca il momento giusto in cui si prende una decisione e la si porta nella vita. E nel frattempo, quasi senza volerlo, questa storia lascia una lezione potente, soprattutto per chi è giovane: l’ambiguità è comoda nel breve e carissima nel lungo. La prudenza può essere auto conservazione.
Il “non scegliere” – questo lo si impara dalla vita – non è una condizione salvifica, ma è una scelta vestita di ambiguo, la cui unica viscida verità risiede nel tener lontano da noi quel “tempo nel mezzo” che non è tempo che scorre ma momento decisivo o di crisi in cui accade qualcosa di speciale. Il momento in cui le cose prendono una piega positiva o negativa, che spesso è l’attimo favorevole, l’opportunità da non lasciarsi sfuggire, spesso legato alla creazione del futuro e all’innovazione dei propri anni.
Può essere una pausa o un incontro rivelatore, un momento di svolta in cui una nuova prospettiva diventa possibile.
È il “momento giusto, opportuno o supremo”, che rappresenta la concezione qualitativa del tempo che ci è concesso.
La scelta di non scegliere – perché di scelta si tratta, anche se spesso si pensa sia il contrario – ce lo porta via da sotto il naso. Ce lo nasconde. Lascia che la nostra vita continui senza sapere che esiste. L’unica conseguenza sicura del non scegliere, quindi è l’inevitabile erosione del nostro tempo, dei nostri anni, della nostra vita.
In una storia come questa, vissuta da Eliana e Daniele, il cui mantenimento viene operato proprio con la scelta di non scegliere – come capita a quasi tutti di fare, almeno una volta nella vita -, la mancanza di questo momento qualitativo produce la trasformazione di ciò che dovrebbe essere bello in un rimpianto, in amarezza.
L’amarezza di essere certi di essersi lasciati sfuggire non una storia, ma il momento in cui avrebbe potuto diventare qualcosa di opportuno per la nostra vita.
È questo il motivo per cui nasce un rimpianto.
È stato impressionante la lucidità con la quale Eliana, dopo anni di crescita emotiva interiore, è riuscita a “unire i puntini” (per usare parole sue) e capire con precisione chirurgica, quindi spiegare, la vera natura di tristezza e nostalgia, dispiegate con una semplicità disarmante, che colpisce e fa riflettere.
Il treno che è passato e che non tornerà non sono le persone, né i fatti. Ma il momento opportuno, che è – anche questo ce lo insegna la vita – unicamente nelle nostre mani.
Qui nasce anche un altro grande valore della raccolta, un altro insegnamento: la tensione del silenzio.
Il silenzio, in questa raccolta, non è solo assenza di parole. È una materia densa: protegge, nasconde, rinvia. Permette al legame di restare vivo perché non lo costringe mai a confrontarsi con la realtà. È un patto di non-nominazione che regge per anni.
E regge proprio perché entrambi ci restano dentro.
Ma ciò che protegge, accumula anche pressione. Ed è qui che il libro smette di essere soltanto una storia e diventa una lezione — senza prediche. La lezione è incorporata nella struttura: le conseguenze del non scegliere. Più a lungo resti sul filo dell’irrisolto, più quel filo diventa una lama.
Questa dinamica è adulta perché non è bianca o nera. È grigia. Ambivalente. Umana.
Non è “lui stronzo / lei santa” o “lui santo / lei stronza”.
È una costruzione condivisa. Lui non decide restando fermo (si deduce); lei non decide riempiendo i vuoti. Due stili diversi della stessa strategia: tenere in vita il possibile senza trasformarlo in reale.
Prendete un foglio di carta e provate a descrivere la nostalgia prima di leggere questa raccolta.
Poi rifatelo dopo averla finita. Paragonate la storia di Eliana e Davide alla vostra, a qualcosa che vi è accaduto, non per forza della stessa natura. Una scelta non fatta, con l’obiettivo di conservare, tutelare.
Capirete che, tolti i dettagli irrilevanti, la nostalgia a essa legata altro non è che la consapevolezza del momento opportuno lasciato andare, mancato, nascosto con le nostre mani ai nostri stessi occhi.
Vi sarà molto facile, quindi, descriverla su quel pezzo di carta.
Questa raccolta è proprio come sarebbe quest’ultimo: contiene in forma distillata una forma di verità che non si vede spesso: la verità del momento che poteva essere e non è stato, e che proprio per questo continua a bruciare.
La nostalgia è proprio questo.
Non ci siamo lasciati sfuggire questo meraviglioso racconto, che spiega come nessun altra opera la disarmante semplicità di cui questa emozione è miscela di meraviglia e tristezza escluse dal momento opportuno.

