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«Questo libro fa male alle istituzioni!»
Dite? Perché dovrebbe?
SE lo facesse, ALLORA sarebbe scomodo.
SE fosse scomodo, ALLORA sarebbe scardinante.
SE fosse scardinante, ALLORA sarebbe vero, dimostrazione ché la situazione reale è disgregata, scomposta, scombussolata, sconvolta o – più simpaticamente – sgangherata.
Ma è impossibile che il Sistema Fiscale di una nazione capace di far uscire l’uomo dal medioevo con il rinascimento, capace di dare i natali all’energia nucleare, sia così distorto. Corretto? Sarebbe incredibilmente assurdo, no?
Altrimenti si potrebbe ipotizzare che la Tax Foundation possa pubblicare il suo annuale International Tax Competitiveness Index (ITCI) evidenziando come l’Italia occupi una delle ultime posizioni tra i 38 Paesi OCSE, superando, diciamo, unicamente la Colombia…
Follia. Follia totale. Sarebbe un complotto. Potrebbe esistere un documento sovversivo con tale assurdità riportata nella tabella del ranking 2024 a pagina 7…
La situazione descritta da questo libro relativamente all’apparato fiscale non può essere così. Non può essere così tanto vera e scardinante. Giusto? Non siamo mica nel paese folle dove ruzzola Alice.
Quindi il testo non è scomodo.
Quindi non può far male alle istituzioni. Corretto?
Inoltre, le istituzioni sono organi eterei. Non possono “soffrire” per un testo del genere. Non loro, almeno. Non direttamente. Non significa nulla, quindi, “fare male alle istituzioni”.
È più ragionevole che faccia male a chi ci passa le giornate, in queste ultime. Dopotutto l’elemento solido, tangibile, delle istituzioni sono – in ultima analisi – proprio le persone: funzionari, dirigenti, dipendenti che le costituiscono.
Eventualmente quindi i contenuti faranno ragionevolmente “male”, cioè faranno venire il nervoso, a quelli tra essi che si riconoscono come parti – tasselli – del puzzle ricostruito e descritto minuziosamente nel libro.
In questo caso, il male dipende da quanto ci ragionaneranno sopra. Dipende da quanto si sentiranno, o meno, estranei alla cosa.
Insomma, vedano loro. A me non interessa, è una questione inutile ai miei occhi.
Se la prendano pure, ma tra uno sbuffo e un’imprecazione facciano una prova: cercare su Google (sempre che le “conoscenze informatiche di base” del CV contemplino la capacità di usarlo) la frase “peggiori sistemi fiscali dei Paesi OCSE”.
Resteranno sorpresi del raggio d’azione delle opinioni internazionali, tecnicamente ineccepibili, sul Sistema Fiscale italiano che danneggiano davvero lo stato, in proporzione all’autorevolezza delle fonti.
Altro che “Questo libro!”…
Sempre per Tax Foundation, per esempio, l’apparato tributario italiano è una “foresta di tasse”. Che abbiano comprato lo stesso puzzle che io ho trovato sotto la polvere, sulla mensola dello scaffale?
«Rischia di fomentare la sfiducia verso lo Stato!»
Rischia? In che senso, esattamente?
A seconda di quanto ci si ragionerà sopra? A seconda di quanti ci ritroveranno descritta – anche solo in parte – la propria situazione?
Se questo si intende, possono stare tranquilli lorsignori dalla penna rossa: in tali casi “rischia” solo di fomentare consapevolezza, l’unica cosa che le istituzioni non dovrebbero temere. Anzi, così vengono alleggerite di un dovere pubblico rimasto sopito da anni, decenni,: quello di trasmettere al Cittadino il reale stato dell’arte della dinamica tributaria. Alimentando la consapevolezza, si riduce il carico di lavoro per lo stato.
«Meno male» direi piuttosto, «che qualcuno può aiutare a togliere le ragnatele da questo compito costituzionale dello Stato».
Tornando alla sfiducia…
Certo, può essere che venga alimentata. Non ci vedo nulla di strano: è semplicemente una possibile conseguenza di una situazione epocale, ma non è un aspetto sotto il controllo di questo libro. Anzi.
Dipende direttamente dai collegamenti razionali che ognuno farà, o sceglierà di fare, leggendolo.
In ogni caso, non è una mia preoccupazione. Ne ho già tante altre a cui pensare.
Se si ritiene che possa “alimentare sfiducia verso il sistema” il problema non è il testo, ma ciò che descrive e, soprattutto, il fatto che è terribilmente allineato alla quotidiana realtà.
Se la questione dovesse diventare timore, apprensione, inquietudine per chi si vedrà “tassellato” dal puzzle sotto le lenti agli infrarossi, allora l’augurio è che diventino anche fonte di nausea. Quella che ti viene quando ti rendi conto che non c’è via d’uscita dalla situazione di merda.
È per questo che viene il voltastomaco: a causa dell’odore persistente, estenuante, senza sosta. Finché non senti solo quello e ti si rivoltano i succhi gastrici.
Se qualcuno di questi figuri, leggendo il libro, dovesse sentir crescere questa nausea dentro di sé, che se la goda tutta, minuto per minuto. Così ci facciamo compagnia anche nel cerchio dei nauseabondi.
Perché sopportarla è quello che devo fare io, ogni settimana, ogni mese, ogni anno.
La notte.
Il weekend.
Durante le vacanze, mentre lavoro, mentre cammino, mentre guardo il cielo. Mentre osservo un campo di fiori sbocciati all’inizio della primavera, quando dovrei sentirmi più leggero e invece ho tonnellate di pressione d’aria nera sulle spalle.
La stessa sensazione che tanti altri Cittadini, oltre a me, possono tranquillamente descrivere con parole proprie.
Ma, non abbiamo timori, lorsignori pennaioli ai quali viene il mal di mare (di merda) , si facciano avanti. Le persone del nostro cerchio di nauseati sono accoglienti, buone, aperte. Un abbraccio, una pacca e una patacca ci sono per chiunque nel nostro gruppo di auto-mutuo aiuto.
Anche a chi ha contribuito a perpetrare la situazione, a ripetere il danno, ad amplificarlo, distorcerlo e portarlo sul fondo dell’OCSE.
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«Questo libro fa male alle istituzioni!»
Dite? Perché dovrebbe?
SE lo facesse, ALLORA sarebbe scomodo.
SE fosse scomodo, ALLORA sarebbe scardinante.
SE fosse scardinante, ALLORA sarebbe vero, dimostrazione ché la situazione reale è disgregata, scomposta, scombussolata, sconvolta o – più simpaticamente – sgangherata.
Ma è impossibile che il Sistema Fiscale di una nazione capace di far uscire l’uomo dal medioevo con il rinascimento, capace di dare i natali all’energia nucleare, sia così distorto. Corretto? Sarebbe incredibilmente assurdo, no?
Altrimenti si potrebbe ipotizzare che la Tax Foundation possa pubblicare il suo annuale International Tax Competitiveness Index (ITCI) evidenziando come l’Italia occupi una delle ultime posizioni tra i 38 Paesi OCSE, superando, diciamo, unicamente la Colombia…
Follia. Follia totale. Sarebbe un complotto. Potrebbe esistere un documento sovversivo con tale assurdità riportata nella tabella del ranking 2024 a pagina 7…
La situazione descritta da questo libro relativamente all’apparato fiscale non può essere così. Non può essere così tanto vera e scardinante. Giusto? Non siamo mica nel paese folle dove ruzzola Alice.
Quindi il testo non è scomodo.
Quindi non può far male alle istituzioni. Corretto?
Inoltre, le istituzioni sono organi eterei. Non possono “soffrire” per un testo del genere. Non loro, almeno. Non direttamente. Non significa nulla, quindi, “fare male alle istituzioni”.
È più ragionevole che faccia male a chi ci passa le giornate, in queste ultime. Dopotutto l’elemento solido, tangibile, delle istituzioni sono – in ultima analisi – proprio le persone: funzionari, dirigenti, dipendenti che le costituiscono.
Eventualmente quindi i contenuti faranno ragionevolmente “male”, cioè faranno venire il nervoso, a quelli tra essi che si riconoscono come parti – tasselli – del puzzle ricostruito e descritto minuziosamente nel libro.
In questo caso, il male dipende da quanto ci ragionaneranno sopra. Dipende da quanto si sentiranno, o meno, estranei alla cosa.
Insomma, vedano loro. A me non interessa, è una questione inutile ai miei occhi.
Se la prendano pure, ma tra uno sbuffo e un’imprecazione facciano una prova: cercare su Google (sempre che le “conoscenze informatiche di base” del CV contemplino la capacità di usarlo) la frase “peggiori sistemi fiscali dei Paesi OCSE”.
Resteranno sorpresi del raggio d’azione delle opinioni internazionali, tecnicamente ineccepibili, sul Sistema Fiscale italiano che danneggiano davvero lo stato, in proporzione all’autorevolezza delle fonti.
Altro che “Questo libro!”…
Sempre per Tax Foundation, per esempio, l’apparato tributario italiano è una “foresta di tasse”. Che abbiano comprato lo stesso puzzle che io ho trovato sotto la polvere, sulla mensola dello scaffale?
«Rischia di fomentare la sfiducia verso lo Stato!»
Rischia? In che senso, esattamente?
A seconda di quanto ci si ragionerà sopra? A seconda di quanti ci ritroveranno descritta – anche solo in parte – la propria situazione?
Se questo si intende, possono stare tranquilli lorsignori dalla penna rossa: in tali casi “rischia” solo di fomentare consapevolezza, l’unica cosa che le istituzioni non dovrebbero temere. Anzi, così vengono alleggerite di un dovere pubblico rimasto sopito da anni, decenni,: quello di trasmettere al Cittadino il reale stato dell’arte della dinamica tributaria. Alimentando la consapevolezza, si riduce il carico di lavoro per lo stato.
«Meno male» direi piuttosto, «che qualcuno può aiutare a togliere le ragnatele da questo compito costituzionale dello Stato».
Tornando alla sfiducia…
Certo, può essere che venga alimentata. Non ci vedo nulla di strano: è semplicemente una possibile conseguenza di una situazione epocale, ma non è un aspetto sotto il controllo di questo libro. Anzi.
Dipende direttamente dai collegamenti razionali che ognuno farà, o sceglierà di fare, leggendolo.
In ogni caso, non è una mia preoccupazione. Ne ho già tante altre a cui pensare.
Se si ritiene che possa “alimentare sfiducia verso il sistema” il problema non è il testo, ma ciò che descrive e, soprattutto, il fatto che è terribilmente allineato alla quotidiana realtà.
Se la questione dovesse diventare timore, apprensione, inquietudine per chi si vedrà “tassellato” dal puzzle sotto le lenti agli infrarossi, allora l’augurio è che diventino anche fonte di nausea. Quella che ti viene quando ti rendi conto che non c’è via d’uscita dalla situazione di merda.
È per questo che viene il voltastomaco: a causa dell’odore persistente, estenuante, senza sosta. Finché non senti solo quello e ti si rivoltano i succhi gastrici.
Se qualcuno di questi figuri, leggendo il libro, dovesse sentir crescere questa nausea dentro di sé, che se la goda tutta, minuto per minuto. Così ci facciamo compagnia anche nel cerchio dei nauseabondi.
Perché sopportarla è quello che devo fare io, ogni settimana, ogni mese, ogni anno.
La notte.
Il weekend.
Durante le vacanze, mentre lavoro, mentre cammino, mentre guardo il cielo. Mentre osservo un campo di fiori sbocciati all’inizio della primavera, quando dovrei sentirmi più leggero e invece ho tonnellate di pressione d’aria nera sulle spalle.
La stessa sensazione che tanti altri Cittadini, oltre a me, possono tranquillamente descrivere con parole proprie.
Ma, non abbiamo timori, lorsignori pennaioli ai quali viene il mal di mare (di merda) , si facciano avanti. Le persone del nostro cerchio di nauseati sono accoglienti, buone, aperte. Un abbraccio, una pacca e una patacca ci sono per chiunque nel nostro gruppo di auto-mutuo aiuto.
Anche a chi ha contribuito a perpetrare la situazione, a ripetere il danno, ad amplificarlo, distorcerlo e portarlo sul fondo dell’OCSE.

