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In A cambiare il vento la nostalgia non è un filtro Instagram. Non nasce da frasi poetiche costruite a tavolino. Nasce da tre elementi concreti: una geografia emotiva ripetuta, uno scorrere del tempo che sembra funzionare a strappi – una serie di ri-accensioni e un detonatore, una canzone. Wind of Change.
Quest’ultima – forse proprio il motivo alla base del titolo scritto a pennarello sulla scatola cremisi, ma anche questa è una nostra deduzione – non è una citazione pop messa lì per fare atmosfera.
È il meccanismo di ritorno.
È la prova che, quando un ricordo è davvero fondativo, non ha bisogno di essere “spiegato”: basta una nota, nell’aria, che si rafforza sul rivestimento in legno delle pareti di un salotto così piccolo da avere l’acustica di una sala di incisioni, e la persona è già lì.
Ma la nostalgia qui ha un tratto decisivo: non idealizza. Alterna dolcezza e spigoli, tenerezza e grezzo, litigi, gelosie della vita reale, personale. Incornicia con precisione chirurgica la vita di un adolescente. È una capsula del tempo, non un ricordo lucidato.
Ed è proprio per questo che colpisce: perché mostra un passato che è “bello” perché è vivo.
Nati per ampliare i contenuti dei libri RAWLINE. Capitoli extra, considerazioni, materiale da scaricare, da visionare. A supporto del testo o come aggiunta allo stesso.
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