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E il finale allora? Che conclusione è?
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Nov 2025

«E il finale…Che razza di conclusione è?  Terribile. Un libro senza coda. Al termine non c’è una risposta, una morale, un insegnamento. Il libro si apre, accompagna… ma non si chiude. Dov’è il climax? Dov’è la fine?»

Si plachino gli animi, come detto in più occasioni. Cerchiamo di capirci, per un’ultima volta.

Innanzitutto, il libro è un inizio, non una fine. È una chiamata all’indagine nelle proprie esperienze, non una sentenza.
Ma anche così, la chiusura è una scelta forte, che sarà interpretata come “debolezza della struttura” da parte di taluni detrattori.

Succederà sicuramente.

Allora, prima di dichiararsi tali, sarà bene notare che la vera fine c’è, ma è filosofica, come nei Promessi Sposi: non un evento, ma una comprensione. Quasi fuori campo, oltre il tempo massimo, ma proprio per questo fondamentale nella vita quanto la serendipità (anche questa da cercare sul dizionario).

Una fine preziosa quanto un tesoro. O meglio quanto il suo distillato, quello che l’avventuriero riporta a casa: l’elisir prodigioso, la pietra filosofale, la pozione magica di Panoramix.

Molti, quindi, all’ultima spiaggia cercheranno di arrampicarsi sugli specchi, trovandoci ancora il bi-adesivo utilizzato per tentare di rimanere aggrappati a Gianninismo e Populismo, adducendo che il libro sia privo di una conclusione, nonché di una morale, di messaggi concreti.

In pratica, che un libro così non serve a nulla.

Sono attesi al varco, questi acrobati culturali. Anzi, cogliamo l’occasione per invitare tanto pubblico, in modo che possano esibirsi davanti a tutti nel loro triplo salto mortale della stupidità, specialità che operano in esibizioni quotidiane nelle TV, nei media, nei giornali, nelle tavole rotonde tra dirigenti. In questo caso però li mettiamo al centro della pista circense, dove non si può nascondere nulla perché si è al centro, non di fronte, come lorsignori sono abituati a stare sul palco del teatro ideologico dove recitano i loro monologhi.

Rullo di tamburi…. Oplà!

Rincorsa, salto. Rannicchiati a mezz’aria sulle loro stesse ginocchia, fieri del loro slancio atletico.

Primo giro in volo. La cecità.

Il finale c’è, è chiaro come il sole, visibile, ed è volutamente “diverso”.

Non è una mancanza. È una presenza, talmente forte da non essere nemmeno percepibile da coloro che nel frattempo si sono sentiti tasselli del quadro d’insieme. Ed è il migliore finale che si possa dare a questa storia. Il più concreto, il più coerente.

Talmente coerente da risultare invisibile, come una porta aperta, un varco, che non viene notato solo perché ci sta passando attraverso: è proprio necessario essere culturalmente ciechi per non vederlo. Ci vuole sforzo.

Secondo giro, sempre a ginocchia rannicchiate per alimentare la velocità.  L’incapacità di comprensione.

Forse lorsignori si aspettavano, come finale, un guizzo tipo “Tutti insieme! Fuoco alle polveri!”, una chiamata alle armi.

Unz conclusione degna di un corso accademico di epica.

Oppure una chiusura da comizio elettorale.

Eh no.

La mia unica urgenza era mettere ordine nei pensieri.

Senza ideologie. Senza ricette. Senza tempo perso.

Non è una lezione di vita. Non c’è un finale in stile saggio, in questo libro.

Se queste considerazioni coincidono con il lorsignor pensiero, perfetto: ci siamo capiti una volta in più.

Non c’è una morale da incorniciare. C’è solo la vita vera, quella del Cittadino Medio, schiacciato da un sistema incomprensibile, secondo solo (nel 2024) alla Colombia…

E c’è solo una verità, alla fine: quella personale, grezza, assoluta. Quella che resta quando si toglie tutto il superfluo. Quella che ognuno può costruire da sé, proprio perché io non ho voluto indottrinare, ma solo ragionare, con lucidità e logica.

Terzo e ultimo giro del salto mortale a centro pista.

Ginnici fino alla fine, mi raccomando. L’ultimo giro è quello più delicato, pericoloso, perché è necessario trovare il tempo corretto per stendere le gambe e rimettere i piedi a terra. Altrimenti ci si ritrova per terra con le ginocchia negli occhi che ti fanno diventare un panda. Ti trovi due lividi neri di ignoranza culturale, di quelli che si gonfiano così tanto da rendere la vista impossibile.

Gli scribi più atletici, che tracciano cerchi nell’aria con la loro tuta da ginnastica rossa, che arriveranno a questo ultimo giro, sosterranno che il finale “non è un finale” da letteratura.

Poveri cari.

Quale letteratura si intende? Quella “commerciale”?

Non c’è nessun finale commerciale.

C’è quello culturale.

Pensando che l’asino sia io, semplicemente lorsignori trascurano non tanto quello che pensano di sapere, ma innanzitutto il “perché non lo sanno”. Il motivo è presto detto: probabilmente, a scuola non hanno studiato molto.

I Promessi Sposi, Alessandro Manzoni. Il finale.

Quello vero, però.

Quello che conosce solo chi ha studiato realmente il romanzo, chi ci si è appassionato e, nonostante il programma scolastico non lo prevedesse, se l’è letto fino all’ultima pagina, scoprendone il vero elisir, quello che distilla in un momento unico, in una pagina sola, il vero colpo da maestro del Manzoni.

Quello che, secondo me, lo ha annoverato nella cerchia dei grandi esponenti della letteratura, non solo alla corte dei colti ben istruiti, ma innanzitutto nelle case della gente comune, ovvero del popolo.

Li vedo già, i punti interrogativi sopra le teste. Penna tra le dita come i bastoncini del ristorante cinese. Orecchie calde. Pronti a sottolineare questo passaggio solo per poterlo citare in un momento successivo, come se fosse farina del proprio sacco.

Che culo la BIC sia rossa, permetterà di ritrovare questo passaggio al volo, in mezzo a tutte queste pagine, quando sarà necessario recuperarlo in eventi da manifesto, quando ci sarà da rivendere la storia come farina del proprio sacco.

«Ma come? Non si conclude con il matrimonio tra l’amata Lucia e il suo coraggioso Renzo, che sopravvive alla cattiveria dei potenti, al potere, ai criminali, ai tumulti di Milano, alla peste, alla morte e, non da meno, ai voti fatti al cielo, che allora erano infrangibili?»

No. Mi dispiace, quello è il lieto fine dell’avventura, non il finale del romanzo. Quest’ultimo è la parte più bella, quella magnifica, che chiude il cerchio, e rende il tutto un enorme esercizio di coerenza intellettuale e sociale, tanto da rendere il Manzoni sicuro di poter finire così – e non semplicemente con l’agognato matrimonio – la sua opera più importante, che verrà poi considerata un capolavoro della letteratura italiana, una pietra miliare.

È la parte che fa innamorare non tanto della storia, quanto del personaggio.

Renzo.

Quell’archetipo a cui il lettore non smette di voler bene dopo aver chiuso il libro, anche se per anni non lo rilegge.

Un non-eroe, la cui forza è ben maggiore di quella dei campioni ai quali libri, fumetti, novelle, film e televisione, ci hanno abituati fin da giovani.

Renzo non lo è, un eroe. Non ha poteri. Non ha doti particolari.

È uno qualunque. È buono. È una persona con un cuore grande. È leale.

Ma è anche iracondo, incasinato, ostinato.  “Caparbio”, direbbe qualcuno. Ma no, non si può ridurre a un termine politicamente corretto Renzo. È proprio ostinato, testone, pasticcione.

Ha tanti valori, naturalmente. Ma è anche pieno di difetti, che lo hanno messo al centro non solo dei suoi guai ma di quelli di una popolazione intera, come i tumulti di Milano.

Proprio per questo è, e rimane, per tutta la storia uno scrigno in granito di dignità.

Quando poi scopri in che modo il Manzoni riesce a condensare perfettamente le sue qualità (lascia che sia il lettore a decidere se sono positive o negative), amalgamandole in una decisione di chiusura,  in poche righe, quasi anche il grande poeta avesse deciso di lasciare tutto nelle mani del personaggio che ha costruito, non puoi esimerti dall’ammirare l’autore, senza riserve, e dal volere ancora più bene a quel Buon Uomo, ad applaudire il solido valore personale, immutabile persino con tutti gli eventi accaduti, peste manzoniana compresa.

Così Renzo ha dato il via alle danze, così le ha chiuse.

Con lui, il Manzoni ha messo nelle mani del popolo l’archetipo dei personaggi più forti e potenti, in assoluto, sia della narrativa moderna, sia dell’epica antica, figure il cui minimo comune multiplo va molto oltre l’eroismo cantato dalle opere: sono indistruttibili, semplicemente perché sono i più grandi perditori di tutti i tempi. Hanno perso sempre tutto, da ciò che hanno costruito con fatica in una vita di sacrifici, fino alla fiducia in chi avrebbe dovuto aiutarli dall’alto della propria posizione.

C’è solo una cosa che, nelle loro storie, rimane costantemente integra: la dignità.

Renzo è, in pratica, il primo Paolino Paperino, il primo Homer Simpson.

Il Cittadino per eccellenza.

Nei Promessi Sposi il Manzoni costruisce la struttura di questa dramatis personae e finalizza, eleva, fissa per sempre l’apice di questo archetipo in un finale che può essere caricato solamente sulle spalle di Renzo, l’unico tra i personaggi che può reggerlo e, anzi, esserne artefice.

Un ultimo atto, un finale, che dal punto di vista dell’autore – e quindi anche di quel personaggio al quale probabilmente anche lui è rimasto affezionato più che agli altri – lo è più, molto di più, del lieto fine di tutte le altre storie.  Poche pagine nelle quali il Manzoni estrapola da un’opera letteraria l’assolo che la rende, a quei tempi, unica.

Non solo la fine di una storia, la degna e coerente conclusione, ma, anzi, un elemento di “reale realtà”, talmente forte da essere difficilmente recepibile dai più colti ed eruditi degli anni Manzoniani, da coloro che vivevano in un mondo a parte. Ma talmente profondo nello sviluppo della dignità di una persona “di tutti i giorni”, da rendere il romanzo legato a doppio filo, indissolubilmente, con l’animo della popolazione, tanto da diventare – lo dice la parola – il primo romanzo “popolare” nella storia.

Ovviamente non lo scrivo, questo vero finale. Non vorrei togliere il piacere della sorpresa a qualcuno. Chi lo conosce sa esattamente di cosa parlo, e comprende appieno che la conclusione di questo libro è un completo omaggio a esso, un atto che chiude coerentemente tutto, lasciando contemporaneamente aperta la porta per un nuovo inizio.

Non è “una mancanza di conclusione”, un “atto di ignoranza” come penseranno quelli che, leggendo queste righe, adesso faranno finta di conoscere bene i Promessi Sposi, per poi andare a casa a rileggerselo, la sera, furtivamente, scorrendone le pagine con la penna rossa sull’orecchio perché devono inumidirsi le dita per girarle velocemente e trovare il punto, andando direttamente alla fine. Di nascosto, per non far sapere a nessuno che, criticando questa pubblicazione, hanno fatto esattamente ciò in cui si distinguono i “leader” de La fattoria degli animali – altra opera che, insieme a 1984 sempre di Orwell, andrebbe, secondo me, studiata a scuola al pari dei Promessi sposi, qualunque sia l’indirizzo tecnico dell’istituto.

Perché i giovani possano iniziare a coltivare la cultura della “propria opinione” allenando lettura, osservazione del mondo, oggettività, razionalità, logica e, perché no, un po’ di “emozionalità indotta”, che possa fare da motore per trovare le forze necessarie ad avere pensieri propri, non quelli di altri, in un sistema sociale dove si è bombardati da idee indotte con la dottrina, pescata a mani basse, ma proprio basse, della politica, delle sfumature del linguaggio e della persuasione.

La stessa cosa potrebbe valer la pena per quelli che daranno contro alla storia di questa pubblicazione. Magari riusciranno a farsi una propria idea critica della questione. E a non parlare su indicazioni di altri, che agiscono per partito preso.

Per riconoscere il vero finale di questo libro, quindi, è sufficiente guardarlo dal punto di vista “del Cittadino”, non delle istituzioni.

Chi cerca una “chiusura” con una risposta ideologica, con l’elenco degli articoli di legge a cui appellarsi, con la proposta di riforma legislativa da utilizzare come slogan politico, si metta l’anima in pace.

Non c’è.

Si goda, invece, una chiusura che, per una volta, non è politica o “sagomata come da precetto”. 

È umana, trasparente. Una fine che, come nel cerchio della vita, si sovrappone all’inizio, permettendo un nuovo giro di giostra.

Il proprio giro di giostra, usando lo stesso punto di salita come una nuova ripartenza.  Come una rinascita.

Come una catarsi.

Vladimiro M. Sansone

Nati per ampliare i contenuti dei libri RAWLINE. Capitoli extra, considerazioni, materiale da scaricare, da visionare. A supporto del testo o come aggiunta allo stesso.

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«E il finale…Che razza di conclusione è?  Terribile. Un libro senza coda. Al termine non c’è una risposta, una morale, un insegnamento. Il libro si apre, accompagna… ma non si chiude. Dov’è il climax? Dov’è la fine?»

Si plachino gli animi, come detto in più occasioni. Cerchiamo di capirci, per un’ultima volta.

Innanzitutto, il libro è un inizio, non una fine. È una chiamata all’indagine nelle proprie esperienze, non una sentenza.
Ma anche così, la chiusura è una scelta forte, che sarà interpretata come “debolezza della struttura” da parte di taluni detrattori. 

Succederà sicuramente.

Allora, prima di dichiararsi tali, sarà bene notare che la vera fine c’è, ma è filosofica, come nei Promessi Sposi: non un evento, ma una comprensione. Quasi fuori campo, oltre il tempo massimo, ma proprio per questo fondamentale nella vita quanto la serendipità (anche questa da cercare sul dizionario). 

Una fine preziosa quanto un tesoro. O meglio quanto il suo distillato, quello che l’avventuriero riporta a casa: l’elisir prodigioso, la pietra filosofale, la pozione magica di Panoramix.

Molti, quindi, all’ultima spiaggia cercheranno di arrampicarsi sugli specchi, trovandoci ancora il bi-adesivo utilizzato per tentare di rimanere aggrappati a Gianninismo e Populismo, adducendo che il libro sia privo di una conclusione, nonché di una morale, di messaggi concreti.

In pratica, che un libro così non serve a nulla.

Sono attesi al varco, questi acrobati culturali. Anzi, cogliamo l’occasione per invitare tanto pubblico, in modo che possano esibirsi davanti a tutti nel loro triplo salto mortale della stupidità, specialità che operano in esibizioni quotidiane nelle TV, nei media, nei giornali, nelle tavole rotonde tra dirigenti. In questo caso però li mettiamo al centro della pista circense, dove non si può nascondere nulla perché si è al centro, non di fronte, come lorsignori sono abituati a stare sul palco del teatro ideologico dove recitano i loro monologhi.

Rullo di tamburi…. Oplà!

Rincorsa, salto. Rannicchiati a mezz’aria sulle loro stesse ginocchia, fieri del loro slancio atletico.

Primo giro in volo. La cecità. 

Il finale c’è, è chiaro come il sole, visibile, ed è volutamente “diverso”.

Non è una mancanza. È una presenza, talmente forte da non essere nemmeno percepibile da coloro che nel frattempo si sono sentiti tasselli del quadro d’insieme. Ed è il migliore finale che si possa dare a questa storia. Il più concreto, il più coerente.

Talmente coerente da risultare invisibile, come una porta aperta, un varco, che non viene notato solo perché ci sta passando attraverso: è proprio necessario essere culturalmente ciechi per non vederlo. Ci vuole sforzo. 

Secondo giro, sempre a ginocchia rannicchiate per alimentare la velocità.  L’incapacità di comprensione.

Forse lorsignori si aspettavano, come finale, un guizzo tipo “Tutti insieme! Fuoco alle polveri!”, una chiamata alle armi.

Unz conclusione degna di un corso accademico di epica.

Oppure una chiusura da comizio elettorale.

Eh no. 

La mia unica urgenza era mettere ordine nei pensieri.

Senza ideologie. Senza ricette. Senza tempo perso.

Non è una lezione di vita. Non c’è un finale in stile saggio, in questo libro. 

Se queste considerazioni coincidono con il lorsignor pensiero, perfetto: ci siamo capiti una volta in più.

Non c’è una morale da incorniciare. C’è solo la vita vera, quella del Cittadino Medio, schiacciato da un sistema incomprensibile, secondo solo (nel 2024) alla Colombia…

E c’è solo una verità, alla fine: quella personale, grezza, assoluta. Quella che resta quando si toglie tutto il superfluo. Quella che ognuno può costruire da sé, proprio perché io non ho voluto indottrinare, ma solo ragionare, con lucidità e logica.

Terzo e ultimo giro del salto mortale a centro pista. 

Ginnici fino alla fine, mi raccomando. L’ultimo giro è quello più delicato, pericoloso, perché è necessario trovare il tempo corretto per stendere le gambe e rimettere i piedi a terra. Altrimenti ci si ritrova per terra con le ginocchia negli occhi che ti fanno diventare un panda. Ti trovi due lividi neri di ignoranza culturale, di quelli che si gonfiano così tanto da rendere la vista impossibile.

Gli scribi più atletici, che tracciano cerchi nell’aria con la loro tuta da ginnastica rossa, che arriveranno a questo ultimo giro, sosterranno che il finale “non è un finale” da letteratura. 

Poveri cari. 

Quale letteratura si intende? Quella “commerciale”? 

Non c’è nessun finale commerciale.

C’è quello culturale.

Pensando che l’asino sia io, semplicemente lorsignori trascurano non tanto quello che pensano di sapere, ma innanzitutto il “perché non lo sanno”. Il motivo è presto detto: probabilmente, a scuola non hanno studiato molto.

I Promessi Sposi, Alessandro Manzoni. Il finale. 

Quello vero, però.

Quello che conosce solo chi ha studiato realmente il romanzo, chi ci si è appassionato e, nonostante il programma scolastico non lo prevedesse, se l’è letto fino all’ultima pagina, scoprendone il vero elisir, quello che distilla in un momento unico, in una pagina sola, il vero colpo da maestro del Manzoni.

Quello che, secondo me, lo ha annoverato nella cerchia dei grandi esponenti della letteratura, non solo alla corte dei colti ben istruiti, ma innanzitutto nelle case della gente comune, ovvero del popolo.

Li vedo già, i punti interrogativi sopra le teste. Penna tra le dita come i bastoncini del ristorante cinese. Orecchie calde. Pronti a sottolineare questo passaggio solo per poterlo citare in un momento successivo, come se fosse farina del proprio sacco. 

Che culo la BIC sia rossa, permetterà di ritrovare questo passaggio al volo, in mezzo a tutte queste pagine, quando sarà necessario recuperarlo in eventi da manifesto, quando ci sarà da rivendere la storia come farina del proprio sacco.

«Ma come? Non si conclude con il matrimonio tra l’amata Lucia e il suo coraggioso Renzo, che sopravvive alla cattiveria dei potenti, al potere, ai criminali, ai tumulti di Milano, alla peste, alla morte e, non da meno, ai voti fatti al cielo, che allora erano infrangibili?»

No. Mi dispiace, quello è il lieto fine dell’avventura, non il finale del romanzo. Quest’ultimo è la parte più bella, quella magnifica, che chiude il cerchio, e rende il tutto un enorme esercizio di coerenza intellettuale e sociale, tanto da rendere il Manzoni sicuro di poter finire così – e non semplicemente con l’agognato matrimonio – la sua opera più importante, che verrà poi considerata un capolavoro della letteratura italiana, una pietra miliare.

È la parte che fa innamorare non tanto della storia, quanto del personaggio.

Renzo.

Quell’archetipo a cui il lettore non smette di voler bene dopo aver chiuso il libro, anche se per anni non lo rilegge.

Un non-eroe, la cui forza è ben maggiore di quella dei campioni ai quali libri, fumetti, novelle, film e televisione, ci hanno abituati fin da giovani.

Renzo non lo è, un eroe. Non ha poteri. Non ha doti particolari.

È uno qualunque. È buono. È una persona con un cuore grande. È leale.

Ma è anche iracondo, incasinato, ostinato.  “Caparbio”, direbbe qualcuno. Ma no, non si può ridurre a un termine politicamente corretto Renzo. È proprio ostinato, testone, pasticcione.

Ha tanti valori, naturalmente. Ma è anche pieno di difetti, che lo hanno messo al centro non solo dei suoi guai ma di quelli di una popolazione intera, come i tumulti di Milano.

Proprio per questo è, e rimane, per tutta la storia uno scrigno in granito di dignità. 

Quando poi scopri in che modo il Manzoni riesce a condensare perfettamente le sue qualità (lascia che sia il lettore a decidere se sono positive o negative), amalgamandole in una decisione di chiusura,  in poche righe, quasi anche il grande poeta avesse deciso di lasciare tutto nelle mani del personaggio che ha costruito, non puoi esimerti dall’ammirare l’autore, senza riserve, e dal volere ancora più bene a quel Buon Uomo, ad applaudire il solido valore personale, immutabile persino con tutti gli eventi accaduti, peste manzoniana compresa.

Così Renzo ha dato il via alle danze, così le ha chiuse. 

Con lui, il Manzoni ha messo nelle mani del popolo l’archetipo dei personaggi più forti e potenti, in assoluto, sia della narrativa moderna, sia dell’epica antica, figure il cui minimo comune multiplo va molto oltre l’eroismo cantato dalle opere: sono indistruttibili, semplicemente perché sono i più grandi perditori di tutti i tempi. Hanno perso sempre tutto, da ciò che hanno costruito con fatica in una vita di sacrifici, fino alla fiducia in chi avrebbe dovuto aiutarli dall’alto della propria posizione. 

C’è solo una cosa che, nelle loro storie, rimane costantemente integra: la dignità.

Renzo è, in pratica, il primo Paolino Paperino, il primo Homer Simpson.

Il Cittadino per eccellenza.

Nei Promessi Sposi il Manzoni costruisce la struttura di questa dramatis personae e finalizza, eleva, fissa per sempre l’apice di questo archetipo in un finale che può essere caricato solamente sulle spalle di Renzo, l’unico tra i personaggi che può reggerlo e, anzi, esserne artefice. 

Un ultimo atto, un finale, che dal punto di vista dell’autore – e quindi anche di quel personaggio al quale probabilmente anche lui è rimasto affezionato più che agli altri – lo è più, molto di più, del lieto fine di tutte le altre storie.  Poche pagine nelle quali il Manzoni estrapola da un’opera letteraria l’assolo che la rende, a quei tempi, unica. 

Non solo la fine di una storia, la degna e coerente conclusione, ma, anzi, un elemento di “reale realtà”, talmente forte da essere difficilmente recepibile dai più colti ed eruditi degli anni Manzoniani, da coloro che vivevano in un mondo a parte. Ma talmente profondo nello sviluppo della dignità di una persona “di tutti i giorni”, da rendere il romanzo legato a doppio filo, indissolubilmente, con l’animo della popolazione, tanto da diventare – lo dice la parola – il primo romanzo “popolare” nella storia. 

Ovviamente non lo scrivo, questo vero finale. Non vorrei togliere il piacere della sorpresa a qualcuno. Chi lo conosce sa esattamente di cosa parlo, e comprende appieno che la conclusione di questo libro è un completo omaggio a esso, un atto che chiude coerentemente tutto, lasciando contemporaneamente aperta la porta per un nuovo inizio. 

Non è “una mancanza di conclusione”, un “atto di ignoranza” come penseranno quelli che, leggendo queste righe, adesso faranno finta di conoscere bene i Promessi Sposi, per poi andare a casa a rileggerselo, la sera, furtivamente, scorrendone le pagine con la penna rossa sull’orecchio perché devono inumidirsi le dita per girarle velocemente e trovare il punto, andando direttamente alla fine. Di nascosto, per non far sapere a nessuno che, criticando questa pubblicazione, hanno fatto esattamente ciò in cui si distinguono i “leader” de La fattoria degli animali – altra opera che, insieme a 1984 sempre di Orwell, andrebbe, secondo me, studiata a scuola al pari dei Promessi sposi, qualunque sia l’indirizzo tecnico dell’istituto.

Perché i giovani possano iniziare a coltivare la cultura della “propria opinione” allenando lettura, osservazione del mondo, oggettività, razionalità, logica e, perché no, un po’ di “emozionalità indotta”, che possa fare da motore per trovare le forze necessarie ad avere pensieri propri, non quelli di altri, in un sistema sociale dove si è bombardati da idee indotte con la dottrina, pescata a mani basse, ma proprio basse, della politica, delle sfumature del linguaggio e della persuasione.

La stessa cosa potrebbe valer la pena per quelli che daranno contro alla storia di questa pubblicazione. Magari riusciranno a farsi una propria idea critica della questione. E a non parlare su indicazioni di altri, che agiscono per partito preso.

Per riconoscere il vero finale di questo libro, quindi, è sufficiente guardarlo dal punto di vista “del Cittadino”, non delle istituzioni.

Chi cerca una “chiusura” con una risposta ideologica, con l’elenco degli articoli di legge a cui appellarsi, con la proposta di riforma legislativa da utilizzare come slogan politico, si metta l’anima in pace. 

Non c’è. 

Si goda, invece, una chiusura che, per una volta, non è politica o “sagomata come da precetto”.  

È umana, trasparente. Una fine che, come nel cerchio della vita, si sovrappone all’inizio, permettendo un nuovo giro di giostra.

Il proprio giro di giostra, usando lo stesso punto di salita come una nuova ripartenza.  Come una rinascita.

 Come una catarsi.

Vladimiro M. Sansone