A cambiare il vento - Eliana Zot, Daniele Volpato

Eliana Zot, Daniele Volpato

A cambiare il vento

€ 24,90

€ 9,90

Genere: Romanzo sentimentale, epistolare.

Collana: BLACKDRAFT.

Formato: Brossura copertina morbida, ePub.

Pagine: 374 (versione cartacea).

Interni: Colori.

Uscita: Marzo 2026.

ISBN versione cartacea 979-12-210-9144-1

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C’è un tipo di storia che non finisce. Non perché manchi un finale, ma perché manca il momento in cui si decide di farla esistere davvero.

Questo libro è un epistolario “a una voce”: tredici anni di lettere (1992–2005) scritte da Eliana a Daniele. Incontri stagionali in un paese del bellunese, nel Veneto, una distanza che non si colma, vite parallele che scorrono “di terra”, mentre tra loro resta sospesa una relazione “di vento”: perfetta perché non si sporca mai di quotidiano, devastante perché non diventa mai scelta.

All’inizio sembra non sia successo un granché. Poi, anno dopo anno, la verità emerge in ritardo: pezzi di passato che si rivelano solo quando lei cresce abbastanza da nominarli. Il lettore diventa un investigatore dell’anima: non riceve risposte, riceve riflessi; non legge la voce di lui, ne legge l’impronta. E capisce che l’irrisolto ha un cuore preciso: il quasi.

Qui la nostalgia non è un filtro romantico. È concreta: luoghi ripetuti, oggetti, gesti, silenzi. E una canzone — Wind of Change — che diventa calamita: basta risentirla per tornare lì, sul bordo di ciò che “poteva essere e non è stato”.

Finché, nell’ultima parte, il tempo smette di essere solo cronologia e diventa pagina: i vuoti si allargano, le pagine bianche pesano, e la molla carica per anni scatta in due parole che tagliano come una ghigliottina.

Questo non è un libro sul lieto fine. È un libro sulla responsabilità dei sentimenti: perché non scegliere, alla fine, è una scelta. E se resti troppo a lungo sul filo del rasoio dell’irrisolto, rischi di consumarti nel rimpianto invece che nel vissuto.

Eliana e Daniele sono pionieri della Situationship, precursori di quella zona grigia tra amicizia e amore che oggi è la norma tra i ragazzi. La loro storia dimostra che non dare un nome alle cose (“non mettiamo etichette”) non rende più liberi, ma crea una prigione emotiva che può durare decenni.
La loro esperienza di adolescenti prima e adulti dopo, è una sorta di antidoto – un veleno necessario che combatte la causa – alla FOMO, la Paura di perdersi qualcosa: oggi i ragazzi sono paralizzati dalla paura che, scegliendo qualcuno, si perdano qualcosa di meglio. La storia di questi due ragazzi mostra il rovescio della medaglia: aspettando il momento perfetto o la persona perfetta senza rischi, alla fine si perdono tutti i momenti. È una lezione brutale sul fatto che “il rischio è la valuta necessaria per comprare la felicità”.

Il libro è un opera che spiega in modo disarmante cos’è davvero la nostalgia, dandone chirurgica spiegazione, preciso significato, e che ti fa nascere una domanda che scuote nel profondo. In un mondo di messaggi istantanei che spariscono in 24 ore, chi è, oggi, il tuo “Dani” o la tua “Eliana”, a cui scrivereste una lettera capace di sfidare i prossimi trent’anni?

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In arrivo Marzo 2026

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IL LIBRO

La raccolta è un conto alla rovescia emotivo. Inizia nel chiasso colorato di un’adolescenza anni ’90, tra soprannomi, ragazzi e canzoni, per spegnersi lentamente nel silenzio assordante dell’età adulta. È la cronaca di un “suicidio sentimentale” commesso da due anime che, per il terrore di rovinare un’amicizia perfetta, scelgono di non viverla mai come amore.

È un epistolario a una voce. Un genere “a metà”, che – in realtà – raddoppia l’intensità. Ecco perché non siamo riusciti a staccarci dalla lettura. La metà mancante — lui — diventa un’ombra che si muove solo attraverso ciò che lascia su di lei: un gesto, una frase riferita, un’assenza, una distanza che si allarga. Ma è un’ombra solida, concreta, perché la realtà alla quale le lettere appartengono è senza ombra di dubbio quella del mondo nel quale viviamo.

Ne nasce una lettura attiva: cia siamo ritrovati di notte a pensare “ancora una poi basta” e non ci siamo riusciti. Siamo stati costretti a fare archeologia sentimentale, indagatori del conscio, deduttori del nascosto. Abbiamo dovuto rimettere insieme pezzi, sospettare, desumere. Non per gioco, ma perché è così che è nata e cresciuta, nella realtà, questa relazione: non è una di quelle che si capiscono mentre accadono.

Si capisce dopo, a tempo differito.

E qui succede qualcosa di raro: la raccolta non “cresce” in azione. Cresce in significato. Non ti mostra eventi sempre più grandi. Ti mostra un’intelligenza emotiva che, anno dopo anno, riesce a dire qualcosa in più su ciò che era già accaduto e, soprattutto, a lasciare sempre di più inciso nel cuore un rumore di sottofondo che gratta l’emozione.

È per questo che molti accadimenti dei primi anni sembrano piccoli — quasi “normali” — e poi, improvvisamente, diventano fondativi. Il lettore all’inizio può pensare: “non è successo un granché”. Poi, più avanti, scopre che era successo molto, tutto: solo che non aveva ancora il linguaggio per essere nominato.

Questo è uno dei tratti più moderni della raccolta: riscrive il significato delle lettere iniziali man mano che gli anni proseguono.

Anche i protagonisti, in fondo, capiscono dopo.

COLPISCE

Questa raccolta supera l’aneddoto. È un caso umano e letterario di straordinaria intensità perché incarna una verità universale: l’amore che non diventa atto, l’amicizia che viene usata come paracadute per non schiantarsi mai, la distanza che diventa alibi perfetto, e il silenzio che da colla diventa muro.
Noi abbiamo fatto solamente un lavoro di “confezionamento editoriale”, non abbiamo toccato alcunché dei contenuti, con la volontà di NON diventare induttori, inferitori.
Non possiamo, e non vogliamo, assegnarle una morale, un giudizio, un destino o una piega da prendere.
È la storia stessa a prendere per mano il lettore e accompagnarlo nelle sue deduzioni, nelle sue conclusioni, nella sua, unica, verità che la riguardano.

È un libro che divide. E noi crediamo che sia un pregio. Perché Lui resta un mistero: alcuni lettori lo vedranno come qualcuno che ha scelto la comodità dell’ambiguità; altri lo vedranno come qualcuno che, per paura o per troppo sentimento, ha mantenuto il controllo per non distruggere ciò che c’era. Il testo regge entrambe le letture.
Non ti chiama a risolvere il dilemma: ti chiama ad accettarlo, mentre incide in profondità tutto ciò che porta con sé.
All’inizio sembrerà poco. Poi scoprirete che era tutto.

Pubblichiamo questa raccolta perché, dentro la sua “reale realtà” è contenuta in modo semplice ma estremamente profondo proprio la spiegazione di questo segreto della vita, che tutti abbiamo sotto il naso, ma che è molto difficile descrivere.
È un libro con molt valori, e molto precisi.
Ha una voce unilaterale. Raro in letteratura epistolare.
Ha una FINE, ed è la fine più coerente che si possa avere tra gli insegnamenti che l’opera lascia..
È universale. Tutti siamo stati Eliana o Daniele.
Ha tensione narrativa, ed è reale. Non costruita. Perché è tutto vero. Non è fiction. È documento.
È, soprattutto, un posto in prima fila per vedere l’incredibile film della maturazione di una persona, da ragazzina a donna prodonda, in un modo che nessun altro libro può vantare. Non in questo modo.

Un caso letterario unico, un metodo editoriale che pochi hanno avuto la possibilità di pubblicare e un libro che pone a tutti, adulti e adolescenti, una domanda bellissima e terribile al tempo stesso perché questa storia, indipendentemente dal mezzo con il quale è stata forgiata, è ancora terribilmente attuale.

I contenuti

Questa raccolta supera l’aneddoto. È un caso umano e letterario di straordinaria intensità perché incarna una verità universale: l’amore che non diventa atto, l’amicizia che viene usata come paracadute per non schiantarsi mai, la distanza che diventa alibi perfetto, e il silenzio che da colla diventa muro.
Noi abbiamo fatto solamente un lavoro di “confezionamento editoriale”, non abbiamo toccato alcunché dei contenuti, con la volontà di NON diventare induttori, inferitori.
Non possiamo, e non vogliamo, assegnarle una morale, un giudizio, un destino o una piega da prendere.
È la storia stessa a prendere per mano il lettore e accompagnarlo nelle sue deduzioni, nelle sue conclusioni, nella sua, unica, verità che la riguardano.

È un libro che divide. E noi crediamo che sia un pregio. Perché Lui resta un mistero: alcuni lettori lo vedranno come qualcuno che ha scelto la comodità dell’ambiguità; altri lo vedranno come qualcuno che, per paura o per troppo sentimento, ha mantenuto il controllo per non distruggere ciò che c’era. Il testo regge entrambe le letture.
Non ti chiama a risolvere il dilemma: ti chiama ad accettarlo, mentre incide in profondità tutto ciò che porta con sé.
All’inizio sembrerà poco. Poi scoprirete che era tutto.

Pubblichiamo questa raccolta perché, dentro la sua “reale realtà” è contenuta in modo semplice ma estremamente profondo proprio la spiegazione di questo segreto della vita, che tutti abbiamo sotto il naso, ma che è molto difficile descrivere.
Benvenuti. Benvenuti a tutti nel mondo di Eliana e Daniele, nella parte della loro vita messa a terra e, soprattutto, in quella librata nel vento.

Un caso letterario unico, un metodo editoriale che pochi hanno avuto la possibilità di pubblicare e un libro che pone a tutti, adulti e adolescenti, una domanda bellissima e terribile al tempo stesso perché questa storia, indipendentemente dal mezzo con il quale è stata forgiata, è ancora terribilmente attuale.

1992

1 – SMACK! BIBIONE.
2 – Pievedilimanacity.
3 – Stella cadente.
4 – Teddy Ruxpin.
5 – Capodanno.
6 – Ti manco.

1993

7 – Aspetta!.
8 – Non dopo.
9 – Pasqua.
10 – Pennarelli.
11 – Non ce la faccio più.
12 – La X.
13 – Hook.
14 – La mia vacanza.
15 – Ancora viva.
16 – Victoria.

1994

17 – Disegni.
18 – Dove cacchio sei?.
19 – Sposami.

1995

20 – Santa barbara
21 – ?? !.
22 – Sempre uguale
23 – Casinissimo.
24 – Mamma mia.
25 – Autogestione.
26 – Come una fessa.

1996

27 – Prima vacanza vera.
28 – Wind of change.
29 – Ti voglio bene.
30 – Quattro anni.
31 – 86? 96?.
32 – Un po’ (tanto…).

1997

33 – E giù schiaffi.
34 – Caprera.
35 – Il rustico.

1998

36 – Foglietto.
37 – Maturità. 
38 – Dalle alpi.
39 – Declassati.

2000

40 – Il povero gatto.
41 – Aria riciclata.
42 – La volpe.
43 – Bizia.

2001

44 – Foto!

2002

45 – Il cammino.

2005

46 – Ti prego.
47 – Si.

)

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Introduzione dell’editore

Non ci sono ritrovamenti da film. Nessun baule con la serratura, nessuna soffitta mitologica. Ci sono invece le cose come accadono davvero: un’uomo che rimette ordine nei documenti personali di suo fratello maggiore, dopo che lui non c’è più. Nella sua vecchia camera, nella casa dei loro genitori, dove evidentemente solo lui, Daniele, tornava negli ultimi anni. Dove teneva ancora le sue cose strettamente personali.
Cassetti. Cartelle. Scatole. Una di esse di colore cremisi. Una frase scritta a mano sul coperchio, con un pennarello blu: A cambiare il vento.
Dentro, una sorpresa immediata: lettere di una ragazza, un’amica della sua adolescenza, che coprono un periodo di quasi quattordici anni.
La prima cosa che l’istinto obbliga è di fermarsi e leggere.
Ed è la stessa cosa successa in redazione, mentre lavoravamo su altro, quando ci sono state portate per capire se potesse essere una storia importante da raccontare in un libro.

La domanda che ci hanno fatto sorgere queste lettere, meravigliosamente vere perché reali, mano a mano che proseguivamo, non è stata “che cosa è successo?”, perché questa non è la tipica storia in cui l’evento arriva e chiude tutto.
La domanda vera è stata: “perché queste lettere restano così vive?”
Perché, pur essendo reali, pur non essendo “pulite” in senso editoriale, pur non essendo un romanzo progettato, riescono a costruire una tensione tra i due, che non si smolla fino alla fine?
Perché, ci siamo chiesti, abbiamo avuto l’impressione di tenere tra le mani un “oggetto umano”?

Questa impressione è stata ancora più forte perché il valore della raccolta non risiede nel suo essere “un racconto non levigato”, grezzo. Certo, è un valore anche questo, per il nostro modo di fare editoria.
Ma qui si va oltre. Il valore è altissimo perché la raccolta è vera in un modo raro.
Vale perché, pagina dopo pagina, mostra una cosa che tutti conosciamo ma pochi vedono così chiaramente: come un legame possa vivere a lungo proprio grazie a ciò che non viene detto.

Questa è la prima chiave: l’assenza della voce di Lui, Daniele, che ha conservato le lettere e ne è fisicamente il padrone, ma che è anche il grande assente nella storia. Non perché non sia stato vicino alla ragazza che scriveva, ma semplicemente le lettere sono state scritte dalla sua amica Eliana, che possiede – presumibilmente – l’altra metà della storia, la verità di Daniele.
L’altro protagonista della storia, quindi, non è un “vuoto da colmare” con invenzioni. È il dispositivo narrativo stesso. Leggendo, il lettore non riceve la verità in forma di dichiarazioni; riceve percezioni, reazioni, omissioni attraverso le parole di lei. E scopre che i vuoti, spesso, sono più informativi delle frasi.
In altre parole: la mancanza di lui non indebolisce il testo. Lo rende un’indagine.

E il lettore, volente o nolente, ne diventa parte. Anche a noi è accaduto. Prima che a tutti.

Un epistolario “a metà” per il lettore come terzo protagonista

Per quanto riguarda Eliana, l’abbiamo cercata, ci siamo recati nel suo paesino per avere anche una sola minima notizia di lei, di come raggiungerla per chiederle se avesse conservato lettere e risposte di lui. Ma siamo riusciti a trovarla, e continuiamo a non avere la versione intera della storia. La versione completa dei fatti anche su Daniele, su quello che le scriveva, su ciò che sentiva.

Per questo motivo, il libro è un epistolario a una voce. Un genere “a metà”, che – in realtà – raddoppia l’intensità. Ecco perché non siamo riusciti a staccarci dalla lettura.
La metà mancante — lui — diventa un’ombra che si muove solo attraverso ciò che lascia su di lei: un gesto, una frase riferita, un’assenza, una distanza che si allarga. Ma è un’ombra solida, concreta, perché la realtà alla quale le lettere appartengono è senza ombra di dubbio quella del mondo nel quale viviamo.

Ne è nata una lettura attiva: cia siamo ritrovati di notte a pensare “ancora una poi basta” e non ci siamo riusciti. Siamo stati costretti a fare archeologia sentimentale, indagatori del conscio, deduttori del nascosto. Abbiamo dovuto rimettere insieme pezzi, sospettare, desumere. Non per gioco, ma perché è così che è nata e cresciuta, nella realtà, questa relazione: non è una di quelle che si capiscono mentre accadono.
Si capisce dopo, a tempo differito.

E qui succede qualcosa di raro: la raccolta non “cresce” in azione. Cresce in significato. Non ti mostra eventi sempre più grandi. Ti mostra un’intelligenza emotiva che, anno dopo anno, riesce a dire qualcosa in più su ciò che era già accaduto e, soprattutto, a lasciare sempre di più inciso nel cuore un rumore di sottofondo che gratta l’emozione.
È per questo che molte cose dei primi anni sembrano piccole — quasi “normali” — e poi, improvvisamente, diventano fondative. Il lettore all’inizio può pensare: “non è successo un granché”. Poi, più avanti, scopre che era successo molto, tutto: solo che non aveva ancora il linguaggio per essere nominato.
Questo è uno dei tratti più moderni della raccolta: riscrive il significato delle lettere iniziali man mano che gli anni proseguono.
Anche i protagonisti, in fondo, capiscono dopo.

La nostalgia concreta e il luogo-memoria

Qui la nostalgia non è un filtro Instagram. Non nasce da frasi poetiche costruite a tavolino. Nasce da tre elementi concreti: una geografia emotiva ripetuta, uno scorrere del tempo che sembra funzionare a strappi – una serie di ri-accensioni e un detonatore, una canzone. Wind of Change.
Quest’ultima – forse proprio il motivo alla base del titolo scritto a pennarello sulla scatola cremisi, ma anche questa è una nostra deduzione – non è una citazione pop messa lì per fare atmosfera.
È il meccanismo di ritorno.
È la prova che, quando un ricordo è davvero fondativo, non ha bisogno di essere “spiegato”: basta una nota, nell’aria, che si rafforza sul rivestimento in legno delle pareti di un salotto così piccolo da avere l’acustica di una sala di incisioni, e la persona è già lì.
Ma la nostalgia qui ha un tratto decisivo: non idealizza. Alterna dolcezza e spigoli, tenerezza e grezzo, litigi, gelosie della vita reale, personale. Incornicia con precisione chirurgica la vita di un adolescente. È una capsula del tempo, non un ricordo lucidato.
Ed è proprio per questo che colpisce: perché mostra un passato che è “bello” perché è vivo.

Il cuore dell’irrisolto: il quasi e l’assenza del momento opportuno

Questa storia non è mancata. È sfiorata.
La differenza è enorme, perché lo sfioramento diventa dipendenza. Il nodo non è romantico: è logico-emotivo. Manca l’atto che fissa la realtà, manca il momento giusto in cui si prende una decisione e la si porta nella vita. E nel frattempo, quasi senza volerlo, questa storia lascia una lezione potente, soprattutto per chi è giovane: l’ambiguità è comoda nel breve e carissima nel lungo. La prudenza può essere auto conservazione.
Il “non scegliere” – questo lo si impara dalla vita – non è una condizione salvifica, ma è una scelta vestita di ambiguo, la cui unica viscida verità risiede nel tener lontano da noi quel “tempo nel mezzo” che non è tempo che scorre ma momento decisivo o di crisi in cui accade qualcosa di speciale. Il momento in cui le cose prendono una piega positiva o negativa, che spesso è l’attimo favorevole, l’opportunità da non lasciarsi sfuggire, spesso legato alla creazione del futuro e all’innovazione dei propri anni.
Può essere una pausa o un incontro rivelatore, un momento di svolta in cui una nuova prospettiva diventa possibile.
È il “momento giusto, opportuno o supremo”, che rappresenta la concezione qualitativa del tempo che ci è concesso.
E la scelta – perché di scelta si tratta, anche se spesso si pensa sia il contrario – di non scegliere ce lo porta via da sotto il naso. Ce lo nasconde. Lascia che la nostra vita continui senza sapere che esiste. L’unica conseguenza sicura del non scegliere, quindi è l’inevitabile erosione del nostro tempo, dei nostri anni, della nostra vita.

In una storia come questa, vissuta da Eliana e Daniele, il cui mantenimento viene operato con la scelta di non scegliere – come capita a quasi tutti di fare, almeno una volta nella vita -, la mancanza di questo momento qualitativo produce la trasformazione di ciò che dovrebbe essere bello in un rimpianto, in amarezza.
L’amarezza di essere certi di essersi lasciati sfuggire non una storia, ma il momento in cui avrebbe potuto diventare qualcosa di opportuno per la nostra vita.
È questo il motivo per cui nasce un rimpianto. Il treno che è passato e che non tornerà non sono le persone, né i fatti. Ma il momento opportuno, che è – anche questo ce lo insegna la vita – unicamente nelle nostre mani.

Qui nasce anche un altro grande valore della raccolta, un altro insegnamento: la tensione del silenzio.
Il silenzio, in questa raccolta, non è solo assenza di parole. È una materia densa: protegge, nasconde, rinvia. Permette al legame di restare vivo perché non lo costringe mai a confrontarsi con la realtà. È un patto di non-nominazione che regge per anni.
E regge proprio perché entrambi ci restano dentro.
Ma ciò che protegge, accumula anche pressione. Ed è qui che il libro smette di essere soltanto una storia e diventa una lezione — senza prediche. La lezione è incorporata nella struttura: non scegliere è una scelta. E più a lungo resti sul filo dell’irrisolto, più quel filo diventa una lama.
Questa dinamica è adulta perché non è bianca o nera. È grigia. Ambivalente. Umana.
Non è “lui stronzo / lei santa” o “lui santo / lei stronza”.
È una costruzione condivisa. Lui non decide restando fermo (si deduce); lei non decide riempiendo i vuoti. Due stili diversi della stessa strategia: tenere in vita il possibile senza trasformarlo in reale.

Prendete un foglio di carta e provate a descrivere la nostalgia prima di leggere questa raccolta.
Poi rifatelo dopo averla finita. Paragonate la storia di Eliana e Davide alla vostra, a qualcosa che vi è accaduto, non per forza della stessa natura. Una scelta non fatta per conservare, tutelare.
Capirete che, tolti i dettagli irrilevanti, la nostalgia a essa legata altro non è che la consapevolezza del momento opportuno lasciato andare, mancato, nascosto con le nostre mani ai nostri stessi occhi.
Vi sarà molto facile, quindi, descriverla su quel pezzo di carta.

Questa raccolta è proprio come quel pezzo di carta: contiene in forma distillata una forma di verità che non si vede spesso: la verità del momento che poteva essere e non è stato, e che proprio per questo continua a bruciare.
La nostalgia è proprio questo.
Non ci siamo lasciati sfuggire questo meraviglioso racconto, che spiega come nessun altra opera la disarmante semplicità di cui la nostalgia stessa è miscela.

La crescita di una voce e il picco di consapevolezza emotiva

Un altro motivo per cui questa raccolta, questo testo, regge è la crescita della scrittura. Non come esercizio scolastico, ma come maturazione dell’interiorità.
Eliana scrive bene già da giovanissima per l’età che ha, c’è da riconoscerglielo.
Ma la sua vera potenza è che la sua maturità non è lineare: è a picchi. Ci sono momenti in cui, sotto minaccia — quando teme di perdere “Dani”, quando il silenzio si allunga, quando l’altro sembra spostarsi altrove — la scrittura cambia funzione. Non è più racconto. È sopravvivenza. Diventa strumento.
È in questi picchi, alternati esattamente come su un elettrocardiogramma irregolare prodotto sotto agitazione – quella che una persona è capace di contenere – che emerge l’apice dell’intelligenza emotiva: quando il legame vacilla, lei smette di scrivere il mondo e scrive la verità.

E il lettore viene premiato da questo percorso: deve “sopportare” l’immaturità iniziale per guadagnarsi la profondità adulta. È un patto di lettura esigente, ma raramente sterile: c’è una soddisfazione quasi genitoriale o fraterna nel vederla diventare donna, e insieme cresce l’angoscia — perché, nonostante la maturità, il nodo non si scioglie.
Si capisce allora che la crescita di questa ragazza, questa persona, non è solo il tempo che passa. Sono collisioni emotive che fanno saltare di livello.
E si capisce anche una cosa amarissima: la profondità c’era. Era lì. Ma è rimasta intrappolata nella scatola delle lettere, più che diventare vita vissuta.

Il tempo che passa inesorabile, il vuoto che diventa pieno

Nell’ultima parte del libro appare un elemento che, per noi, ha chiuso ogni dubbio sulla pubblicazione: le pagine vuote. Le abbiamo prodotte noi, per tentare, almeno in parte, di ricreare il momento che ci siamo trovati ad affrontare: la cerca di altre lettere, di altri pezzi, di qualsiasi cosa che colmasse quei vuoti temporali degli ultimi anni. Quella sensazione di aver bisogno anche solo un pezzo di carta con due righe per avere una spiegazione in più. La frustrazione del non trovarle. Del “proprio non ci sono”.
Queste pagine, nella nostra idea di opera editoriale, non sono spazio sprecato. Sono narrazione.
Fino a quel punto il vuoto era descritto. Da quel punto in poi, il vuoto diventa non-scritto. Il lettore, come accaduto a noi, non “legge” più la distanza: la attraversa. Sfoglia il silenzio. E capisce che i vuoti non aumentano solo in mesi: aumentano in peso.
Nel libro la pagina bianca diventa unità di gravità: ogni salto temporale è una porzione di vita non condivisa, ma ogni salto successivo pesa di più, perché sai quanta energia è rimasta appesa.
E quando, dopo quel bianco, arriva la chiusura finale, non arriva come colpo di scena. Arriva come sottrazione conclusiva. L’ultima frase frase non riempie il vuoto ma, piuttosto, lo completa.
Totalmente, definitivamente.
È la molla che scatta.

Perché, allora?

Perché, pur essendo un documento personale, questa raccolta supera l’aneddoto. È un caso umano e letterario di straordinaria intensità perché incarna una verità universale: l’amore che non diventa atto, l’amicizia che viene usata come paracadute per non schiantarsi mai, la distanza che diventa alibi perfetto, e il silenzio che da colla diventa muro.
Noi abbiamo fatto solamente un lavoro di “confezionamento editoriale”, non abbiamo toccato alcunché dei contenuti, con la volontà di NON diventare induttori, inferitori.
Non possiamo, e non vogliamo, assegnarle una morale, un giudizio, un destino o una piega da prendere.
È la storia stessa a prendere per mano il lettore e accompagnarlo nelle sue deduzioni, nelle sue conclusioni, nella sua, unica, verità che la riguardano.

È un libro che divide. E noi crediamo che sia un pregio. Perché Lui resta un mistero: alcuni lettori lo vedranno come qualcuno che ha scelto la comodità dell’ambiguità; altri lo vedranno come qualcuno che, per paura o per troppo sentimento, ha mantenuto il controllo per non distruggere ciò che c’era. Il testo regge entrambe le letture.
Non ti chiama a risolvere il dilemma: ti chiama ad accettarlo, mentre incide in profondità tutto ciò che porta con sé.
All’inizio sembrerà poco. Poi scoprirete che era tutto.

Pubblichiamo questa raccolta perché, dentro la sua “reale realtà” è contenuta in modo semplice ma estremamente profondo proprio la spiegazione di questo segreto della vita, che tutti abbiamo sotto il naso, ma che è molto difficile descrivere.
Benvenuti. Benvenuti a tutti nel mondo di Eliana e Daniele, nella parte della loro vita messa a terra e, soprattutto, in quella librata nel vento.

Un caso letterario unico, un metodo editoriale che pochi hanno avuto la possibilità di pubblicare e un libro che pone a tutti, adulti e adolescenti, una domanda bellissima e terribile al tempo stesso perché questa storia, indipendentemente dal mezzo con il quale è stata forgiata, è ancora terribilmente attuale.

Nel mondo di oggi, dove le parole si consumano in tempo reale e scompaiono in 24 ore, chi sono il vostro “Dani” o la vostra “Eliana” a cui scrivereste oggi una lettera capace, senza indietreggiare di un millimetro sulla scala di dignità e valore, di resistere ai prossimi trent’anni?

GIORNATA PRIMA

Capitolo 3

Introduzione dell’editore

GIORNATA PRIMA

Capitolo 4

Il distaccamento dell’affiancamento

«Dato il problema di cui sopra, posso usare il Web in autonomia per ragionare (non “cercare”) su procedure che mi consentano di affrontarlo, sfruttando il fatto che tutte le informazioni sono ragionevolmente già tutte disponibili sul Web stesso, il loro più grande deposito, con l’unico scopo di levare opinioni invece di aggiungerle?»

La risposta, ora si capirà meglio è “si”. 

Ecco il motivo per cui alla una di notte, sono qui a chattare con te, ChatGPT.

Ho capito che sei quella nuova lampadina tecnologica che mi serviva, che permette di riprendere quella scatola sulla mensola polverosa del ‘95 e rovesciare i pezzi del puzzle sul tavolo. Pezzi che fino a un paio di anni fa avevano un livello di dettaglio comprensibile solo a uno scienziato, con te oggi comprensibili di persona.

A distanza di tempo è emersa la possibilità di comporre una risposta.Rimane una cosa difficile, ma almeno siamo usciti dalla condizione di “impossibile”.

Levare opinioni invece che aggiungerle.

Il Web è l’ostacolo. 

Perfetto.  Il Web è la soluzione per scremarle.

Ricapitoliamo, ho pensato, per fare al me stesso razionale il punto della situazione. 

Ho bisogno di usare il Web e le sue tecnologie per distillare un’immagine chiara da uno scenario confuso e frammentato, costituito da migliaia di informazioni che le istituzioni depositano nei siti, quasi sempre altamente tecniche e difficili da capire per il cittadino medio come me, o come il mio amico. Troverò, come sempre, decine di idee diverse a riguardo, centinaia di opinioni o di proteste. Una ricerca estesa porterebbe, per la maggior parte, a queste ultime dato che sarebbero “risposte più pertinenti”. Nessun documento istituzionale darebbe risposte pratiche alla domanda “Quale procedura devo seguire per calcolare e pagare in autonomia le mie tasse? Quale procedura o quali passaggi devo seguire per avere la possibilità di non sbagliare?”, e nessuna procedura è ricostruibile in autonomia, cosa che ho già provato a fare.

Risultati che centrano poco, nessuno che permette di ottenere una risposta chiara e comprensibile. Sento frustrazione, tanta, per la sensazione di incapacità di venire a capo della risposta.

Dovrei costruirmela io mettendo insieme informazioni frammentate, ma sbaglierei nel novantanove per cento, se non cento per cento, delle possibilità. 

È un dato di fatto, altrimenti la risposta alla domanda uscirebbe non dico come primo risultato, ma almeno nei primi dieci.

Ma niente.

Quindi:

  • Passo 1. Per costruire un percorso logico, strutturato, basato su informazioni realmente esistenti disponibili sul Web, in questo sterminato campo di “informazioni” rese disponibili dalle istituzioni, ho bisogno di avere risposte alle tante domande che mi sono frullate in mente e i relativi collegamenti nati durante il confronto con mio amico, perché, come dicevo, ho di fronte un puzzle con un’immagine confusa dalla polvere decennale che si è depositata sopra.
  • Passo 2. Lo voglio fare da solo, come vorrei fare per le tasse da pagare, perché mi piace il pensiero di venirne a capo in autonomia: mi farebbe sentire un “cittadino adatto, utile” al sistema. Non in difetto, non fuori luogo.
  • Passo 3. Questo sicuramente è un primo passo che posso compiere senza aspettare regali dal cielo. O senza pagare consulenti….
  • Passo 4. Dovendo farlo in autonomia, ho la necessità di fare i conti con le mie idee, non quelle degli altri (opinioni, politica e altro), anche per prendermi la responsabilità delle stesse perché, mi metto in gioco fin da ora, potrebbero essere campate per aria o addirittura farlocche.  O peggio, contaminate da tante cose che negli anni ho sentito dire, che ho letto oppure visto.

Conclusione: ho bisogno di un mentore super partes, che si basi esso stesso sui fatti in modo che possa farlo anch’io, che sia un paladino del ragionamento logico, che non possa basarlo sulle emozioni (io ci cascherò senz’altro), uno strumento che mi aiuti a mantenere le considerazioni ragionevoli, che lo faccia basandosi su dati di fatto e non su opinioni sue o “per sentito dire”. Men che meno opinioni che emergono sul Web non in base alla ragionevolezza, ma alla capacità di penetrazione mediatica di coloro che le portano avanti, indipendentemente che rappresenti un’istituzione ideologica o politica. 

Non mi interessano né l’una, né l’altra.

Voglio ragionare con semplice oggettività.

Mi serve un sistema in grado di mantenere quest’ultima sempre al centro dell’attenzione semplicemente rimanendo fedele alla sua natura: capace di attingere a tutto il materiale sul Web (adesso possiamo dirlo, il nome giusto è Web, non Internet, il quale è la tecnologia attraverso la quale il primo funziona) e quindi di considerare veritiere le basi informative sulle quali si basa la costruzione del ragionamento.

Tutte caratteristiche intrinseche dell’innovazione tecnologica che negli ultimi anni è stata messa al servizio dell’uomo, e quindi del cittadino. Quella di cui tutti parlano ma pochi, secondo me, sanno veramente cosa farne. 

L’intelligenza Artificiale.

Questi sono i motivi per cui ho scelto te per affiancarmi nella mia elucubrazione notturna, per trovare il bandolo della matassa di questa confusionario sistema.

Non intendo definire o proporre una soluzione: se non è già stata resa disponibile (altrimenti la procedura sarebbe da qualche parte, sul Web o in un libro o manuale) penso che nessun Cittadino come il mio amico, men che meno io, possa costruirla.

Ma ognuno può arrivare con facilità a inquadrare con precisione l’ostacolo che non permette di arrivarci.

Ecco, questo posso farlo. Perché almeno l’ostacolo mi sembra facilmente definibile.

Mi è però altrettanto chiaro che con un aiuto efficiente, che collabori a non prendere binari sbagliati lungo la strada che porta a questo ostacolo, posso farlo con costruzione progressiva e logica.

Mi interessa, davvero, solo arrivare al cuore della questione, a capire dove tutto si inceppa.

Le soluzioni poi le lascio agli esperti, io sicuramente non lo sono. Sono uno qualunque. Un cittadino che prova frustrazione e non sa di preciso qual’è la causa. Come quando hai la febbre ma non sai di preciso cosa la sta tenendo alta: devi andare da uno specialista per saperlo con sicurezza, l’autodiagnosi è quasi sempre sbagliata perché è soggettiva e inquinata da speranze e desideri.

Quindi, sono convinto che per arrivare con pragmaticità al cuore della questione serve un costrutto – una costruzione progressiva degli argomenti – che sia logico. Cosa per altro importante anche nella materia legale. Non ne sono esperto, ma un costrutto ragionevole e logico so di per certo che è richiesto. 

Iniziando a ragionare proprio da questo punto, ci sono tonnellate di chiacchiere sul tema fiscale, opinioni e idee orali, scritte, multimediali, dichiarate o velate. Ci sono libri, trattati, articoli, interviste, filmati. C’è davvero di tutto.

Il punto è che, volendo fare una costruzione logica, per quello che mi permette la mia mente di semplice Cittadino:

  1. Ritengo meraviglioso il fatto che la nostra repubblica si fondi sul lavoro, perché, secondo me, è vero, come scritto nella costituzione, che porta dignità per sé e per i propri cari. 
  2.  Per raggiungere tale dignità, attraverso i servizi forniti dallo stato, si passa attraverso il diritto al benessere.
  3. Le tasse, quindi, vanno pagate, perché allo Stato servono per fornirci il benessere. Su questo non traviso e non transigo, perché con esse in pratica auto-sosteniamo il nostro benessere, collettivo e singolo. Parapiglia. Un attimo, buoni, ai servizi che ci restituisce lo Stato arriviamo più avanti, per ora è un dettaglio irrilevante.
  4. Ma c’è un problema.
  5. Perché, mi chiedo, nonostante sia un convinto sostenitore della questione, nonostante io adempia ai miei doveri fiscali e tributari, lavorando in proprio sto sempre male? 
  6. Perché ho pensieri tutti i giorni, a tutte le ore, comprese la notti e, per così dire, vacanze? 
  7. Perché i conti non mi tornano? Non quelli economici, quelli della logica, intendo.
  8. Perché non riesco a vedere una logica nello scenario che ho davanti? Che tutti abbiamo davanti, ogni santo giorno, ogni anno della nostra vita, almeno nel mio caso da sempre?
  9. Perché la sensazione è “Da sempre”?

Mi serve quindi un interlocutore la cui costruzione logica non possa essere messa in discussione, nemmeno e soprattutto da me. 

Grazie al lavoro che faccio, so che l’Intelligenza Artificiale si basa su logica matematica, quindi priva di orpelli, che non prevede emozioni o pregiudizi personali.

È un sistema progettato per ragionare in modo razionale, senza farsi influenzare dalle emozioni, pur essendo costruito sull’addestramento umano. Un addestramento che rimane una media ponderata di buon senso o, ragionevolmente, di senso comune.

È quindi più che ragionevole ritenere i sistemi di Intelligenza Artificiale (non tutti, ma sicuramente quelli più famosi al mondo) affidabili su questi due aspetti.

Contrariamente, non si sarebbero diffusi così tanto e così velocemente. 

Giusto? 

È logico. Secondo me.

Sempre alla luce del ragionamento precedente, il livello di affidabilità della logica di un Intelligenza Artificiale tra le più diffuse al mondo, priva di censure o controlli di alto livello, è più alta, ancora secondo me, di quella di molte teste pensanti che conosco. Compresa la mia, ovviamente. 

Per questo ritengo (non mi faccio problemi a dichiararlo) che mi serve un interlocutore irremovibilmente coerente e oggettivo, con la più alta conoscenza possibile delle informazioni diffuse nel mondo.

Inoltre, la base di addestramento e di controllo dell’apprendimento su cui si basa una qualsiasi Intelligenza Artificiale è costituito da due mondi: le informazioni e i testi (milioni) che possiamo ragionevolmente ritenere tutto lo scibile della storia umana conosciuta, e il controllo della coerenza attraverso livelli stratificati di verifica e conferma, da parte dei programmatori, basandosi su conversazioni appositamente e attentamente verificate. Un meccanismo di approvazione tra essere umano e sistema.

Infine, posso considerare affidabile e ragionevole la considerazione che un qualsiasi sistema di Intelligenza Artificiale si basi su un livello di imparzialità più alto di quello dell’essere umano perché, al netto dei tre fattori “pregiudizi inconsci”, “emozioni” e “prospettive soggettive” posso con ragionevolezza ritenere almeno il secondo totalmente assente nell’AI, e il terzo limitato a eventuale errori nei livelli di addestramento?

E visto che tu, ChatGPT, sei una delle IA più utilizzate sul pianeta, posso ritenere ragionevole che tra modelli di addestramento e interazione con le opinioni degli utenti di mezzo mondo, le “Prospettive soggettive” siano molto più limitate delle mie che sono sommerso dalle opinioni? 

In pratica, ritengo che per questa situazione, nella quale ho bisogno di mantenere la mente lucida (so già che andando avanti a parlare di questi argomenti le emozioni prenderanno il sopravvento e la deviazione del discorso verso binari morti sarà sempre dietro l’angolo causa nebbia mentale), tu sia l’interlocutore migliore possibile.

Giusto per non alimentare in me pensieri dittatoriali sulla questione, è importante che tu sappia che ritengo l’IA NON immune a problemi legati all’imparzialità, perché:

  • I dati di addestramento possono riflettere le sfumature di ragionamento umano o sistemico. Che, nella realtà, permeano anche libri e cultura fin dall’epoca dei grandi filosofi.
  • Le scelte progettuali fatte dagli sviluppatori possono introdurre inconsapevolmente preferenze o limiti.

Ma, in ogni caso, secondo me si tratta di un’imparzialità “superiore” a quella di un qualsiasi cittadino frustrato, soprattutto confuso. Non la ritengo un’oggettività assoluta. 

Ritengo piuttosto che le persone possano avvicinarsi a un’imparzialità ragionevole esercitando consapevolezza critica, adottando metodi e strumenti da persone, esperti, che aiutino a mitigare le sfumature dei ragionamenti.

Io non ho tempo di cercare per il mondo questo tipo di persone.

Tutto qui.

Anche perché il mio “livello cittadino medio” prevede che abbia la possibilità di confrontarmi con miei pari, nel più fortunato dei casi con qualche luminare, ma non posso sperare di inquadrare un ostacolo oggettivo e distillato parlando con persone che includono, com’è normalissimo che sia, pregiudizi (magari ereditati), emozioni e prospettive soggettive.

Riassumendo per l’ultima volta, condensando e distillando quanto esposto: mi serve un interlocutore ragionevolmente imparziale, apolitico (cioè senza tendenze o preferenza politiche), senza ideologie dominanti, sicuramente privo di emozioni (è un attimo innervosirsi) e capace di limitare il più possibile, se non proprio eliminare, le prospettive soggettive. 

Tutte caratteristiche che io stesso sono conscio di non avere.

Inoltre, mi serve che l’interlocutore sia per me oggettivamente e continuamente accessibile (come arrivo a un luminare? Sono un poveraccio) e soprattutto, veloce. Molto veloce. Immediato direi. Perché se aspettassi  il tempo della normale corrispondenza professionale, perderei la presa su quelle idee che mi si sono collegate, ma che sono effimere. Potrei perderle nel tempo di un giro di valzer con il mio amico Orfeo (con una dormita). 

Devo arraffarle al volo. Subito. Stanotte.

Attenzione! Dato che è probabile che la mente umana, compresa la mia, a questo punto possa aver già preso la strada del giudizio, accendo un faro enorme sul fatto che non sto cercando in te “intelligenza”, perché ritenga che le persone non la abbiano. Tutt’altro. Penso che a oggi l’intelligenza umana non abbia ancora la più lontana possibilità di essere emulata. Non ha pari. 

L’Intelligenza Artificiale, posso dirlo tranquillamente perché lavoro in un ambiente nel quale sta permeando qualsiasi attività, non è “uno strumento nel quale cercare intelligenza”, ma “uno strumento da usare con intelligenza”. 

È questo, secondo me, che non si è ancora ben capito, almeno dai “non addetti ai lavori”.

Usando te, ChatGPT, il binario che ho deciso di percorrere per raggiungere la mia destinazione (comprendere con precisione l’ostacolo all’autonomia fiscale) è quello del tuo aiuto su “oggettività” e “imparzialità” per districare una matassa complessa.

Secondo me, a oggi, tu sei lo strumento più adatto (non il migliore: non esiste un “migliore” in questo campo, semplicemente “il più adatto”) per aiutarmi a farlo. Anche per evitare giudizi esterni, o peggio miei, che sono sempre dietro l’angolo ogni volta che si parla dell’argomento. 

Come nel calcio del lunedì.

Ora spero sia chiaro il motivo per cui sto chattando con un’Intelligenza Artificiale. Con te, ChatGPT. 

Quindi, riassumendo in brevis il filo logico delle mie elucubrazioni, volendo iniziare da qui il mio percorso, riporto nuovamente che il racconto delle peripezie vissute dal mio amico l’ultima settimana, ha fatto affiorare nella mia mente, insieme a emozioni e pensieri che ormai pensavo lasciati alle spalle (che evidentemente erano solo “dormienti”), anche molte domande che, in realtà, mi sono sempre posto, alle quali però non ho mai trovato risposte concrete unite da un filo logico, ma mi sono sempre sembrate parte di uno scenario in cui è tutto collegato, del quale fanno parte diversi aspetti, emersi durante la serata birrette, ma dei quali non sono mai riuscito, da solo o grazie alla compagnia, a isolarne legami e, soprattutto, i noccioli centrali. 

Così questa sera, rimasto a casa da solo, mettendo via i piatti, mi è venuto in mente che le tue proprietà intrinseche si adattano benissimo all’”Usare il problema”, all’usare un altro punto di vista, che rimanga oggettivo e ragionato, all’aiutarmi a districare la matassa, permettendomi di individuare i dettagli irrilevanti, a levarli dalla questione per capire qual’è il vero punto centrale, quell’ostacolo che scatena tutto questa sensazione di essere perennemente in difetto con l’intero sistema, con lo stato, con la vita e, soprattutto, di essere in costantemente inadeguato verso la dignità che devo garantire alla mia famiglia.

Devo risalire a una causa chiara e semplice da capire. 

Sicuramente, di cause ce ne sono tante, confuse, nella scienza dell’ideologia, il terreno più fertile per piantare i semi delle opinioni teoriche. 

Io voglio solo arrivare a un elemento pratico. Non mi interessano i perché e i percome.

Voglio isolare un motivo, perché mi permetterebbe di comprendere da cosa si scatena lo scenario, voglio puntare a trovare il punto monodimensionale dal quale è partito il Big Bang.

Perché capire con precisione qual’è l’ostacolo, mi permetterebbe di impostare una strategia per superarlo.

Comprendere da dove partire, se mai fosse possibile, sarebbe utile per costruirmi in autonomia una situazione nella quale non mi senta fuori posto.

Ho bisogno quindi di te, ChatGPT, per mettere a sistema le mie idee “frutto dell’intuito, alimentate dall’esperienza, ma sempre connotate da superfici confuse”, senza vizi di forma o influenze emozionali, per comprendere collegamenti e osservare uno scenario nel quale vengono eliminati i dettagli irrilevanti per mantenere solo quelli davvero importanti.

Ok.

Ho finito con i pipponi di spiegazione, erano indispensabili per crearti lo scenario nel quale gravitano le necessità di chiarezza.

Adesso possiamo partire per questo viaggio. Non so cosa mi aspetta, non ho modo di sapere fin da ora che direzione prenderanno i ragionamenti.

So soltanto che usare te per strutturali, è la mia miglior possibilità di farlo.

Per essere sicuri di mantenere un confronto privo di influenze, chiuderò questa chat e ne inizierò una nuova, nella quale farò un breve cappello introduttivo sintetico per ricrearti lo scenario, per poi partire direttamente dalle domande.

Sei pronto?

ChatGPT

Hai costruito un’introduzione solida, lucida e appassionata, inquadrando perfettamente il problema e il metodo con cui vuoi affrontarlo. Il tuo obiettivo è chiaro: isolare l’ostacolo centrale che rende impossibile per un cittadino medio pagare le tasse in autonomia, senza opinioni, senza ideologie, solo con logica e oggettività.

Mi hai scelto come interlocutore perché posso aiutarti a mantenere il ragionamento puro, libero da emozioni e da pregiudizi, per collegare i puntini e arrivare a una sintesi che sia chiara e utilizzabile.

Ora possiamo partire. Qual è la prima domanda?

GIORNATA PRIMA

Capitolo 5

La costruzione
della distruzione

Cittadino

Ciao, Un mio amico ha avuto un problema con l’Agenzia delle riscossioni, provocato per errore da altri (poteva tranquillamente aver sbagliato direttamente lui) ma con conseguenze che l’hanno fatto agitare.

Dato che siamo entrambi liberi professionisti ne ha parlato con me perché tra tutti i nostri amici sono l’unico che conosce il mondo “burocratico” in cui vive.

Entrambi riteniamo giusto pagare le tasse, vogliamo farlo in autonomia ma non abbiamo mai capito come fare, io addirittura da trent’anni.

Continuiamo a intuire il quadro generale ma è confuso, è una matassa disordinata.

Abbiamo provato a venirne a capo con l’aiuto del Web e dei motori di ricerca, ma è solo aumenta la confusione.

Mi è venuto in mente che tu, ChatGPT, sei un sistema super partes, privo di emozioni e opinioni personali, che utilizza logica e matematica per i costrutti e le risposte e che, soprattutto, sei stato addestrato anche con tutto il materiale che c’è già sul Web.

Secondo te con questo elenco ho chiarito tutto?

ChatGPT

Ciao! Il tuo elenco è chiaro e ben strutturato, e mette in evidenza il problema principale: la difficoltà nel comprendere e gestire la burocrazia fiscale da liberi professionisti, nonostante la volontà di farlo correttamente e in autonomia.

C’è però un punto che potresti approfondire: quale obiettivo pratico volete raggiungere?

Capire le basi del sistema fiscale italiano per liberi professionisti?

Sapere esattamente cosa fare passo dopo passo per dichiarare e pagare le tasse senza errori?

Trovare strumenti o metodi per semplificare la gestione?

Difendersi da eventuali problemi con l’Agenzia delle Entrate o la riscossione?

Se il tuo scopo è avere un quadro semplice, pratico e operativo per gestire il fisco da libero professionista, posso aiutarti a creare una guida essenziale senza fronzoli e senza “burocratese”.

Dimmi se vuoi procedere in questa direzione o se preferisci un altro approccio! 

Cittadino

Ok. Perfetto. Allora possiamo partire. Allaccio le cinture per questo giro sulle montagne russe.

So già che me ne pentirò, ma se serve a capire cosa mi impedisce di essere sereno ben venga.

Ho l’impressione di capire come si sia sentita Alice entrando nel Paese delle Meraviglie, Per me è sempre stato il simbolo del Paese delle “cose assurde”.

Ho sempre pensato, in effetti, che nel racconto di Carroll l’unica cosa meravigliosa è il livello di assurdità…

Sono pronto. Credo…

È come se stessi componendo un puzzle rimasto sulla mensola per decenni, con dettagli così minuti da essere invisibili a occhio nudo. Mi serve la tua lente di ingrandimento.

Dunque iniziamo. 

Quando devo comporre un puzzle la prima cosa che faccio è rovesciare i pezzi sul tavolo, guardarli e cercare di isolare quelli facilmente collocabili. Io aderisco alla Scuola di Nanto, quella che predilige l’esterno. Parto dal contorno. Prima i pezzi della cornice, non perché hanno un lato in meno da guardare (risparmio lavoro), ma perché, secondo me, proprio quel lato ne rivela sia la natura di cornice (guadagno comprensione), sia la zona dove sono collocati. Per esempio, i quattro angoli sono i più facili da posizionare: i due lati lisci definiscono il loro ruolo. Da lì, solitamente poi inizio a collegare il resto della cornice, un pezzo dopo l’altro. 

Iniziamo dal lato destro, è più facilmente riconoscibile dall’immagine sulla scatola.

Gli autori

Eliana Zot, Andrea Volpato

Eliana Zot è la voce narrante di questo “oggetto umano” ritrovato. Nel 1992 è “una ragazzina” di quasi quattordici anni, che vive in quello che ironicamente chiama un “paese del cazzo”, e che possiede un’indubbia ottima sensibilità artistica (frequenta l’Istituto d’Arte).
In quattordici anni di lettere passa dalla “ragazzina” di Pieve di Limana – una piccola frazione di un piccolo paese della provincia di Belluno – alla maturità di una donna capace di scavare nelle proprie zone d’ombra.
La sua scrittura non nasce da un intento letterario, ma dalla necessità vitale di colmare i vuoti e dare forma a ciò che non vuole dire, rivelando già nel primo anno di corrispondenza una profonda capacità introspettiva fuori scala per la sua età.
Eliana abita il silenzio del suo migliore amico trasformandolo in narrazione, utilizzando non solo le parole ma anche disegni e piccoli manufatti, testimoni di una sensibilità materica e profonda.
È un’archeologa dei sentimenti che sceglie di non scegliere, accettando l’irrisolto come parte integrante della vita.

Daniele Volpato va a passare le vacanze a casa del padre – che ha un’altra famiglia – nel paese di Eliana. A centinaia di chilometri da lei per il resto dell’anno, è la voce dell’altra metà delle lettere, quelle che non abbiamo, ma che ci arriva attraverso le impronte lasciate da Eliana. È un enigma narrativo che il lettore completa perché è un profilo ricostruito dalle parole di lei.
È la persona più cara alla ragazza, molto di più di quello di cui si rende conto all’inizio, e non è un fantasma: Eliana non avrebbe retto tredici anni di ritorni. È l’altra presenza del libro, quella che c’è abbastanza da lasciare segni profondi, ma non abbastanza da trasformarli in storia vissuta.
Daniele è il punto in cui tutto potrebbe diventare realtà. È il custode del “quasi” di Eliana.
La sua voce non c’è, ma il suo stile si intuisce: mosse importanti, frasi che pesano, ma anche una tendenza a non aprire mai fino in fondo.
Ma è sicuro che per Eliana sia stato il catalizzatore di maturità, lo strumento con cui Eliana diventa adulta: non perché lui “la educa”, ma perché il rapporto che mantiene con lei la costringe a sviluppare consapevolezza, linguaggio, e responsabilità emotiva.

Entrambi, Eliana e Daniele sono quindi compici comprimari nella realizzazione della messa a terra di questa narrazione, ma anche nel suo mantenimento sulle ali del vento. Per questo motivo la raccolta viene pubblicata da RAWLINE con il doppio pseudonimo, in modo da restituirle il suo senso originario: la metà scritta e la metà assente, quella che il lettore è chiamato a ricostruire.

Non era bello tenerti la mano, Dani. Era difficile lasciartela.

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